sabato 23 aprile 2016

BOCCIONI A MILANO. IL FONDATORE DI INSTAGRAM....

Il 900 stato un secolo dei nervi e il secolo della tensione biologica, erotica, nervosa, psichica. Il corpo che diventa più veloce della coscienza. Il corpo è collettivo, è già una folla. Ma il corpo entra in una presenza fisica, replicata in immagini inedita prima. Se Cartesio aveva inaugurato nell'epoca moderna con “cogito ergo sum” il 900 prima di Lacan, prova a ribaltarlo, parte dalla vitalità di una società che oscillava tra decadenza ed estetismo, tra merce e sessualità, ma anche senso della mutazione inquietante (vedi (D’Annunzio, la Belle Epoque, il Simbolismo ecc).

Il ribaltamento parte del Sum: un essere già gettato in questo mondo, da qui parte la facoltà del pensiero. Freud indaga lo stesso percorso. Nel corpo, sono. Quindi penso. L corpo pensa addirittura prima del pensiero, con modalità inedite, un linguaggio dentro il linguaggio ufficiale. E poi il corpo Pensa la mia attività di energia psichica che risente del desiderio, produce fisicamente materiale immaginario. Il mio cinema proietta un film di cui poi dopo soltanto saprò la storia.

L’inizio del 900 è un’esplosione, una sorta di accelerazione biologica corporale, fisiologica, sensuale, erotica nel più pieno senso della parola. Anche la violenza della folla è così. Del lavoro meccanizzato. Sono i Tempi moderni, di Charlot. Siamo materia.
 LA materialità è un altro elemento, un materialismo per certi aspetti anche commerciale quindi anche un materialismo feticistico, materialismo della libertà del corpo. Così il corpo del colore e della materia plastica delle statue cerca la sua libertà dinamica.

Nuovo habeas corpus, è il corpo in marcia che spinge la potenza stessa dell’acciaio, lavoro, guerra, rivoluzione. Il materialismo della biologia e del desiderio di appagamento della biologia, la tecnologia, la tecnica anche della pittura stessa e del linguaggio che paiono staccarsi completamente da ogni riferimento. Il movimento fabbrica sé stesso, le fabbriche produrranno l’acciaio del nuovo movimento, che era già nel corpo, nell’accelerazione psichica che il secolo aveva inaugurato. Queste sono le “Forme uniche nella continuità dello spazio” che Boccioni crea, congela in bronzo, una logica del tempo che si materializza, istantanee tutte agglomerate, la potenza della forma è la dinamiche del movimento che occupazione di uno spazio e di un tempo. Chi vive intensamente il secolo, vive per questo: essere qui, essere è tempo, qui è spazio.
Questa è la radicalità di Boccioni, e la cosa straordinaria è che questa accelerazione psichica sia avventura in pochissimo tempo, interiormente. Quello che c’è di bello da rimeditare nella mostra di Boccioni è questo percorso dell’anima, della psiche. Immaginarne la potenza – come fecero Braque e Picasso, pochi anni prima, ma che stavano nella più evoluta Parigi. E tra l’altro, lì vennero raggiunti di gran carriera, da Marinetti che nel 1909 mentre Braque e Picasso di rubavano le idee (il secondo al primo) in una tensione umana fortissima. Con Marinetti anche Carrà e Boccioni, e Umberto con la sua “divina gaiezza”, ricettore straordinario, segue a ruota Pablo nel dar vita ad una trasformazione della figura, del linguaggio stesso della pittura superando anche il divisionismo: è il movimento, questa urgenza, questa rabbia,  forse, rabbia biologica, che genera la figura non è la rappresentazione di una figura in movimento. Qui sta il rovesciamento di posizione – che noi oggi sappiamo leggere e vedere, ormai come un dato classico, ma pensate ESSERE questi corpi accelerati di instabilità psichica, vivere questa urgenza di un secolo che nasceva come una carica di cavalleria o una folla inferocita. Il 900 è un infanzia della storia più tremenda di qualsiasi mostro divino.

quella tensione così forte, di accelerazione della storia dell'arte e della propria storia personale, di questa "infanzia" che sbocca in un delirium di scomposizione è testimonianza - anche psicologica, tra adorazione e timore di questa Mutter mediterranea e troneggiante..una testimonianza quasi edipica (vedi sotto**) - nelle foto, nei bozzetti e poi nel grande quadro "Materia" (Mater, Materia) in cui è dipinta la madre e nella sequenza di lavori c'è questa trasformazione




 in questa sequenza, non solo un 'accelarazione della storia dell'arte tra 800 e 900 in un solo anno, tra la foto della madre che fa la maglia e il dipinto "materia" ma anche tutta la "geografia del corpo materno" di cui parla Melanie Klein, la scomposizione e la ricomposizione dell'ordine del discorso simbolico, in relazione al corpo del bambino e quello della madre......


La dissipazione continua attraverso il movimento attraverso la tecnologia attraverso le macchine come primo risultato dell'epoca del XX secolo appena lanciato,  quando appunto tutto questo era ancora molto materiale,  Boccioni lo intercetta, lui che viene da un mondo rurale, lontano, la Calabria della fine del 800..porta in sé un cuore antico nero arcaico poi approda a Milano e in questa città incontra innanzitutto l'arte tutta la storia dell'arte di qui c'è la testimonianza nella mostra di Milano ni disegni preparatori documenti che l' attestano. 

La città che sale: 1910 1911 è una Milano e un’Europa che si prepara ad anni rivoluzionari: la guerra e poi la rivoluzione d’ottobre, costruire, demolire. Lo spazio è il teatro di una dinamica del tempo che è anche un movimento di caduta e di innalzamento.  La prima guerra mondiale che stava per scoppiare sarebbe stata una guerra cubista, come la definì Gertrude Stein, perché gli uomini per mimetizzarsi usarono proprio tecniche di scomposizione della figura messe in atto dai cubisti pochi anni prima. Oltre che una macellazione frantumazione, urlo, gettarsi in avanti, con caratteristiche anche futuriste.

 Per Boccioni l’arte in quegli anni, prima di partire lui stesso soldato (e morire, nel 1916, ma non in azioni di guerra, ma in esercitazione)   diventa una sorta di battaglia continua di corpi naturali o di ferro, di cemento, bronzo, in ogni caso “erotica”, un arte che cerca di (ri) produrre una comunicazione fluida un'irruzione continua dell'arte stessa nel tempo, ma a dire di noi stessi nella Storia.
 Erano anche gli anni del cinema è quindi l'immagine doveva opporsi questo problema di essere concorrente con l'immagine resa dinamica. Oggi è tutto normale per noi ma quelli erano anni in cui l'arte è sentita molto di più, la riproducibilità dell'immagine prima che dell'opera d'arte ma anche la riproducibilità dell'opera d'arte medesima erano la pressione che l’arte sentiva.

 Poi c’erano le superfici cioè gli oggetti e anche l'immagine degli oggetti, cominciava esserci la pubblicità (Boccioni lavorò molto per la pubblicità) per esempio pubblicità significava anche cominciare ad evocare gli “loghi “comincerà ad evocare i simulacri cominciate dire ad identificare l'immagine della dell'oggetto più che l'oggetto medesimo. Sono le superfici gli elementi in cui tutto viene a scorrere, un desiderio di immediato impatto e fruizione, fisica, erotica, psichica, Emozionale. Erano contro il romanticismo, ma ne erano lo specchio marionettistico.
 Boccioni e i futuristi, forse più di altri per la loro connessione al populismo fascista che stava nascendo, fu un movimento che intercetto quello della psicologia delle masse che aveva intorno, più di altri.
L’arte futurista desidera essere agganciata al proprio tempo, significa appunto sottrarla al monopolio dello sguardo puro, del artista o del singolo fruitore, ma cerca di interpretarne una sorta di fruizione accelerata di tante immagini. Come allora il cinema, oggi l’erede del Futurismo è Instagram.
 Boccioni sperava di fondare Instagram, cercherà di farlo attraverso quella che è l'accumulazione continua della dinamicità anche delle immagini appercepite in un solo luogo, ma come fosse uno scroll temporale velocissimo.
. E al tempo stesso vuole cancellare proprio nel fondare Instagram, quel che è oggi per noi, buttate a mare il chiaro di luna e i ricordi, buttate a mare ogni possibilità di “album dei ricordi” dell’amore, cancellate ogni memoria, siate la superficie della vostra memoria RAM, non l'hard disk questa la divisione netta che farà Boccioni, senza nostalgia. L'idea di superficie basta a sé stessa, cioè senza essere nemmeno profondi superficialmente si deve produrre energia: Boccioni realizzerà quel dipinto che si chiama “rissa in galleria “del 1910 è che proprio è già nel tema rende evidente il concetto che dominerà per tutto il novecento cioè la conflittualità e la prima rivoluzione, la rissa – ancora oggi, le gang rap – allora furono la piccola prova in cortile di guerra e rivoluzione.


 Velocità simultaneità dinamismo sconfinamento contaminazione tra linguaggi sono quella produzione di significato che ancora noi oggi utilizziamo ovvero scattare continuamente foto metterle dentro un flusso continuo dinamico collettivo,che è Instagram, twitter, facebook...
 che crea immaginario da questa sorta di punti il futurismo è il continuum spaziotemporale delle immagini, come certi collage, dome le miriadi di foto che foto che ci sollecitano continuamente. Quel che creano però non è una “Visione” non una rappresentazione unica del mondo, ma è semmai proprio uno sciame condannato ad una perenne instabilità e coesione al tempo stesso, una collettività in continua liquida comunicazione, o gassosa, o come uno stormo o sciame un'aggregazione che peraltro aspetto potrebbe sembrare anarchica, ma non lo è, invece danza. La sua forma è dinamismo temporale dello spazio.  Una sorta di rivoluzione permanente della immagine nel tempo con flusso del tempo. Con BOCCIONI il futurismo inaugura la fine dell’arte e la sua sparizione situata priori dentro la proliferazione artistica e creativa di milioni di “gram” istantanei, pseudo artistici e creativi - - tutto sparisce sempre più in fretta nel retrovisore della memoria o nel niente del cervello- memoria ram di una coscienza che considera la durata delle cose soli quella del loro accadere. Tutto accade, anche dio. Il suo, non un Avvento, ma un Evento.

giovedì 7 aprile 2016

MICHELANGELO PISTOLETTO E LA MELA DI MILANO

 PISTOLETTO E LA MELA DI MILANO
Michelangelo Pistoletto,OVVERO lo specchio dell’arte. E’ noto l’uso che ne ha fatto l’esponente dell’arte povera, diventando ricchissimo. Tutti gli artisti sono specchi di noi. Pistoletto ora ci permette di riflettere sull’uso “social” dell’arte, del resto il suo progetto è da anni molto legato a territorio e fondazione di factory creative.
L’obiettivo – anche a vedere le tante collaborazioni anche con progetti di sostenibilità in cui MP è impegnato – è stato sempre quello di integrare l'elaborazione artistica con idee progetti umani concreti per intervenire anche nella ambiente sociale e naturale.
Un misto di arte educazione ecologia economia, politica spiritualità .Ora è il turno de “ La Mela Reintegrata”, realizzata e installata al centro di piazza del Duomo a Milano per l’apertura dell’EXPO, viene collocata definitivamente in un luogo cardine della città: piazza Duca D'Aosta di fronte alla Stazione Centrale.
Però.
Opera brutta. Brutta in sé e brutta come è stata ri-collocata.
E tuttavia rispecchia alcune cose.
La mela è esattamente quel simboletto lì, che conosciamo tutti e da li parte Pistoletto:scrive
“ natura e artificio. La mela significa natura; il morso della mela significa artificio, così come lo vediamo utilizzato in un marchio di computer mondialmente diffuso posto ad emblema della tecnologia che sostituisce integralmente la natura”.
insomma l’arte è l’apostrofo arguto del luogo comune. Prendi un simboletto facile e noto e replicane di fatto l’iconicità. Pistoletto non spezza l’aura del prodotto di Steve Jobs, semplicemente lo celebra. La funzione ironica dell’arte pop è azzerata.
inoltre L’equilibrio tra artificio e natura qui non c’entra, semmai l’equilibrio tra artifici, perché la collocazione davanti alla Stazione Centrale di Milano non s’accorda granché con la bellezza artificiale, ma come tale quasi “naturale” di un luogo precedentemente costruito con i suoi equilibri. Altro che Mela reintegrata, qui è proprio precipitata, un monolite alieno.
ovviamente responsabilità primaria è della città e delle sue istituzione che lo hanno lì ricollocata.
Ma cosa rivela l’opera e la sua ri-collocazione? Significativo che Pistoletto abbia organizzato, nei giorni precedenti l’inaugurazione dell’opera, un Forum intitolato “2° Rebirth Forum - La Mela Reintegrata” che riunisce, insieme ad alcuni ambasciatori italiani del suo progetto Terzo Paradiso – Rebirth, rappresentanti delle istituzioni pubbliche, docenti e ricercatori universitari, insegnanti, associazioni della società civile e altri soggetti impegnati in pratiche di innovazione responsabile e sostenibile della società. Con il Forum - scrivono - “ si apre a Milano un cantiere operativo della durata di un anno, il cui obbiettivo è attivare i significati della Mela Reintegrata”.
Insomma la società civile nelle intenzioni sarebbe chiamata a decidere dell’arte pubblica: sono i fruitori a fare l’arte " (negli intenti della Pistoletto farm,tradotto: “scrivere una carta di Milano in cui si cerchi di creare qualcosa che mette assieme la sostenibilità dell'urbanistica necessità di tener conto dell'ambiente naturale “ ecc)
intanto è evidente non solo la chiara concettualizzazione avant-apple, sfruttando la pervasività dell’icona già-vista, mutandola in opera.
L’ "opera" poi si completa con la ricollocazione del già-visto, nel luogo pubblico (luogo comune e luogo pubblico vanno a braccetto) E "il pubblico" dei fruitori aderisce - comprendendo il messaggio facile-facile dell’artista –
così il pubblico si equipara, come facitore e come interprete: il pubblico dell'arte pensa di essere all'altezza e non solo passiamo ma attivo come l'artista, uguale poi qui del Grande Artista!.
Che se-duzione: Quindi si sentirà di avallare il suo progetto collettivo, di cui tuttavia egli è promotore insieme all’elite politica e beneficiario dei ricchi finanziamenti sia pubblici che privati.
noi partecipiamo, l’artista incassa. La democrazia è partecipazione, ma non è certo condivisione dei dividendi né dei capitali.
Per fare tutto ciò, l’arte. Che bello.
Quale emblema di ciò che fu-inaccessibile e astruso e diventa invece condiviso? Finalmente un artista si fa capire, dice il pubblico. Con l’ovvio, ma se sottolinei questo sei snob, fai aprte delle cricche.
Non si accorge il pubblico che operazioni di apertura e facilitazione ai significati come questa sono proprio la pellicola che maschera cricche vere, mentre invece chi critica questa operazione lo fa da un punto di vista puramente estetico e fuori da ogni circuito di benefici monetar innanzitutto e poi di presenza.
Ma il significato dalla Mela Reintegrata? Ammiccare ala tecnologia pop e pervasiva come se quella tecnologia fosse l'emblema della reale mancanza di rapporto integrato con la natura, il simbolo di tutte le sostituzioni e di tutte i simulacri dell'esistenza reale. Pistoletto fa celebra in realtà il compimento del’apple come realizzazione di tutte le avanguardie del 900 che avevano auspicato un ripensamento radicale dell'istituzione dell'arte stessa, proprio per reintegrarla dentro l'esistenza, non per farne un oggetto poetico di elaborazione psico-esistenziale in sé.
l'arte deve farsi non orizzonte di una visione originale, ma farsi prassi diffusa, ridisegnare tutta la realtà. cercando proprio di produrre un elemento che in qualche modo incidesse direttamente sul futuro della realtà. Pistoletto va anche oltre il rapporto tra artista il committente perché l'opera diventa l'esito di una concertazione allargata ai cittadini, spettatore in Opera Aperta. Si tratta di capire la vera democraticità di tutta questa apertura sociale e socializzata dichiarata nelle intenzioni.
Per adesso osservando il Melone alla Stazione, le domande sono sempre metafisiche e piene di enigmi, come per l’arte di sempre: da dove viene? Che cos’è? Perché?


mercoledì 23 marzo 2016

CARMEN PELLEGRINO "Cade la terra" (Giunti)

Ho letto con un mesi di ritardo, forse un anno, “Cade la terradi Carmen Pellegrino, anche se ne avevo letto così come avevo seguito della sua attività di abbandonologa. Però il romanzo era rimasto sullo scaffale, tra quelli da leggere. Nel futuro, ma di fatto era abbandonato.
E di questa strana miscela di un passato abbandonato che preme sul futuro che è fatto questo libro e quasi, magicamente, l’oggetto stesso, il manufatto edito da Giunti se ne era intriso.
Magico è una parola chiave, per il Sud (Ernesto De Martino, se non altro, seppure non ci incateniamo a nessuna definizione)  e per questo libro.

Un romanzo nato da un lavoro di ricerca, tra luoghi reali e carte,  centrato nell’immaginaria Alento, piccola Macondo delle montagne che identifico campane, sovrapponendole alle terre d’origine dell’autrice, alle cui terre appartengono ad una vena aurea di un sottosuolo tanto cavo, franoso, instabile quanto ricco del mormorio dei morti, dei rituali che sono stati (forse sono?) antichi duri a morire.

La storia è simbolica: c'è Alento, paese che ha cominciato a franare, in un passato che pian piano si comprende siano gli anni del dopoguerra -  e una casa, con un grande olmo vicino, quella dei ricchi De Paolis dove arriva a lavorare una ragazza, Estella scappata dalla sua stessa vocazione di clausura monacale, che diventa istitutrice del poco più giovane adolescente Marcello, figlio riottoso e insofferente. Conoscerà – e assorbirà per donarla in voce di prima persona al racconto di Carmen Pellegrino – le storie di vinti e fangosi contadini, parenti lontani, ma non troppo,  dei cafoni di Silone, Alvaro e degli umili di tutta una storia letteraria di un secolo che quelle masse aveva cercate di portarle ad un riscatto.
 Come dei Goylem, fatti di fango e da trasformare in persone, i contadini erano come dei “nati morti” che cercavano nuovi giorni a vivere.  In qualche modo Carmen Pellegrino scrive di un ritorno nell’ombra di tutti i vinti del 900, rievocando e chiudendo un tempo, secolare in cui masse di contadini si sono spostati, senza vincere nulla, anzi: sono i Vinti, nella Storia.

Mi colpisce però che Carmen Pellegrino arrivi a pubblicare, casualmente - o magicamente? - ,  proprio nei giorni in cui masse di persone stavano vivendo un collettivo spaesamento, abbandonando terre, una perdita di orizzonte e presenza - cosa che nel nostro sud non è più vera: è terra piena di arretratezze e di angoli ispidi, sacche di povertà, degrado, però tutto sommato fa  parte  di un occidente del benessere, se paragonato alla somalia, alla Siria della guerra, all'Africa, alla Libia ecc- Un occidente che s'è fatto anche con la sofferenza del lavoro o di chi partì, magari non tornare più, come i figli della contadina Mariuccia, donna arcigna ma capace però di gesti antichi e fondamentali. Con lei anche altre storie si dipanano dai ricordi di Estella, che ben presto, quando anche i suoi padroni lasceranno la casa franante del paese, nell’acme del secolo ( quegli anni 60 che altrove esplodevano di vita cittadina e di milioni di migranti italiani che si inurbavano)  diventerà custode della casa dell’Olmo e unica abitante, rimasta a ricordare.

 Attraverso di lei scorrono le vite di Cola Forti, coi suoi ideali mai realizzati,  la delusione di sua figlia Libera, una delle tante sventurate senza risposta,  la vana speranza di Giacinto di avere un berretto che ne sancisca formalmente la sua funzione di guardia o “guardio”  – un racconto in sé magistrale tra Totò e Checov, l’angoscia della storia dei Parisi, il duro Consiglio, la moglie Custoda, la figlia Lucia, emblema di un meridione contadino ottuso e al tempo stesso vittima infinita. O anche il piccolo industrioso Maccabeo con la sua bottega, che il secolo lo inaugura concimando coi corpi e il sangue dei figli altre terre “irredente” parte di una patria fino a quel momento inesistente e mai pronunciata nel suo nome “Italia”. Estella che resta nella casa e nel paese franoso fino al completo abbandono, sarà poi la custode di memoria e di presenza.

E dunque mi chiedo: Che senso ha però raccontare questa storia, suo modo è una Spoon River ambientata tra le frasche che sventolano sul fiume Alento, quello vero, oggi?
 Non ripeto tutto quello che di buono si è scritto per "Cade la terra" e che condivido – trovate la recensioni qui nella pagina Giunti – ma vorrei ripartire da una domanda: perché Carmen Pellegrino decide di seguire questo filone?

ci sono alcuni "fuochi centrali"a cui il libro fa pensare, oltre, ripeto, tutto quello che è stato detto, possono essere materiali per  per una risposta multipla.

1) Carmen Pellegrino autrice di una generazione che ha initorno i trent'anni, abita una terra a sua volta abbandonata e senza più voce, ovvero non solo  la Letteratura del Meridione – quella di Silone, Alvaro, la poesia di Gatto, i saggi di De Martino – ma  forse la letteratura tout court, tra queste, prima tra tutte emblematica quella del coro di estinti, le voci dei poeti (che vivi o morti, parlano dalla medesima lontananza editoriale).
 Pellegrino è autrice esordiente, ma raffinata e consapevole, ha scritto un bel romanzo per celebrare lei stessa, e come Estella,  una ricca festa della presenza, abitando la soglia del romanzo dove possono convivere vivi e morti, prima tra tutti i poeti (nella nota finale se ne dà conto di questa consapevolezza e dei poeti, un lungo elenco da Leopardi a Gualtieri).  Dei poeti Pellegrino conserva la tradizione di scrittura, la forza e la cura di parola. Quel tanto di desueto, straniante, nella  terminologia e nella costruzione dei periodi, è un elemento felice di coerenza stilistica. Ma al tempo stesso non sta ricordando un mondo che ha conosciuto direttamente, è troppo giovane. Lo ha riscoperto dai libri, è un ritorno del rimosso di cui Carmen Pellegrino è – come Estella – una appassionata sacerdotessa, aggrappata a memorie anche non sue. Il rito della parole è quello che recupera i morti, ma pure quello che ne celebra una trasformazione che è stata un appuntamento con la storia, prossimo futuro, così come la loro storia di folla anonima di un secolo, non è stato altro che questo: un procedere verso un disfacimento e una gloria.

29 c'è lo sfondo reale del sud reale, fin troppo, quello della mutazione che porta dall'arcaico al postmoderno (la Taranta, da rito a showbiz, il folk come cartolina da turisti) la mafia, il pizzo, il mancato sviluppo,  la spaesamento anche senza abbandonare i paesi, e non può essere cancellato, mentre leggo le le atmosfere letterarie e rarefatte di Pellegrino, non cancellare dalla memoria il presente. Se da un lato c'è un mondo o una civiltà che sta per sprofondare definitivamente, dopo un lungo periodo di "omologazione"  in una sua dimensione ctonia,  una dimensione sotterranea, al confine tra la terra e  un  sottosuolo magico che ha qualcosa di carnale, sanguigno misterioso (l’abbandonologa Carmen Pellegrino, il paesologo Franco Arminio, il coppolone Vinicio Capossela, la poesia di Antonietta Gnerre attingono allo stesso pozzo).Se da un lato è anche vero che si sta usando il passato contadino per veicolare una merce (cibo, prodotti tipici, paesaggio rurale, eventi e  festival) ad suo turistico, e  il paradosso per "Cade la terra" è che diventi un'introduzione ad un qualche tour delle rovine, una sorta di baedeker per turisti consapevoli in cerca del vero sud.

Se da un lato non posso pensare anche a questo, dall'altro il libro parla anche al nostro presente, ma in un altro senso, credo. Lo spaesamento è ne senso del futuro. E i movimenti della Storia con le sue spinte in avanti affondante nelle macerie del passato, sono uno sfondo e il cuore del libro è l’umano. La sua sopravvivenza, nonostante la sparizione che - per molti protagonista del libro - inizia già durante la  vita, o meglio la loro sopravvivenza.  Per questo se da un  alto Estella sarà il viatico tra il mondo dei morti e quello dei vivi, con l'apoteosi di una cena joyciana dei morti, dall'altro porta a guardare più lontano, sempre verso sud.

3) guardare oggi a certi vivi stanno nella condizione di “nati morti”, nude vite, private di ogni chance e luogo?   Per questo a mio avviso le anime morte letterarie, comprese quelle evocate dal romanzo di Carmen Pellegrino, secondo me portano oggi nei campi dei rifugiati tra Siria e Turchia. Li sta il confine tra vivi e morti. 
  Non per voler sempre attualizzare, ma perché li si sta compiendo un altro passaggio e mutazione antropologica, oltre che una desertificazione e uno sgretolamento di ogni apparenza. Lasciare tutto, in una città franata dalle granate e girare come zombie per le rotte clandestine, vie dei canti che sanno solo in pochi e approdare in un altro paese, lontano dai propri minareti, proprio come il contadino calabrese di Marcellinara perse di vista il suo campanile dando un passaggio  proprio a De Martino.


4) Altro elemento è la manipolazione della morte. Ormai gli zombie sono un classico, ma i morti di Alento, creati da un'autrice di trent'anni circa, fanno pensare anche a certi romanzi di sci-fi o YA, consumati dalla generazione di Pellegrino,  in cui sopravvive sempre qualcosa di arcaico in certi eroi nel paesaggio post-atomico di un mondo crollato. Lo stesso è per il significativo ritorno dei "morti viventi" al successo tv  (la serie premiatissima  "Walking dead" e la francese (di Carrère, in parte) "Les revenants" anch'essa ambientata in un piccolo villaggio. E tutto sommato anche  il film “The revenant” racconta di  un 'morto' che torna al mondo dei vivi, e ci torna dentro un confronto diretto col mondo selvaggio della terra. 
Questa presenza della morte è un viatico vero il futuro. Non è solo rievocazione, ascolto di voci da un mondo abbandonato – che già è molto: sono  i morti, come Virgilio, a guidarci  in  “un secreto calle, / tra'l muro della terra e li martiri “ come ci ha poi ricordato anche Giorgio Caproni, vero la storia che resta ca compiere. Nostra e loro è una “guerra d’unghie” a scavare per aprire un varco, così come il loro scavare di talpe kafkiane, la poesia apre ancora verchi di un destino più segreto, l’odissea dei morti come dei vivi. 
E' significativo che ancora una volta, di recente, in un'Italia che soffre di un suo immobilismo storico, c'è una trentenne di oggi che parla così tanto dei morti ( colloco questo libro, assieme ad altri due recenti, ad esempio viciono a quelli di Di Fronzo e Peano), negli anni laici in cui ai funerali non si va o se si va, si cantano canzoni rock e si applaude, negli anni della fine definitiva del mondo che aveva un suo pianto rituale.
La generazione di Carmen Pellegrino forse più di tutti s’è confrontata insieme con la cancellazione del futuro e con un presente di “crolli” e morti” (come vediamo ancora in questi giorni)  e una possibilità di morire che è sempre presente in una pace apparente.
Allora il mondo di Alento, che non c'è più, è sparito. A cosa serva rievocarlo sta in un dettaglio, non a caso finale, chiuso in una lettera - ma il cui senso è: i destini possono cambiare. Cambiano, magicamente, anche per il morti, a maggior ragione cambiano per i vivi.

Concludendo: un libro che potrebbe esser letto come un’elegante “fuga”, melodiosa e accattivante, in un hortus conclusus in cui la terra di parole non frana e tuttavia protegge. in realtà, la resistenza di Estella nel tempo ai colpi di un destino feroce mi appare come una scommessa e un ponte verso il tempo che resta, che è pur sempre un futuro. E come certe donne che perdevano il marito da giovani e portavano il lutto per decenni – vivevano tuttavia quel futuro, tutto il loro tempo futuro,  segnato dal lutto ma vissuto. 

Ci prendiamo questo memento  da “Cade la terra”: abbiamo davanti un  futuro da pensare con i morti, attraverso il passato, anche se non ci appartiene,  perché  qualcosa nel futuro lo avremo. Sopravviva  in noi la coscienza – nel modo laterale dei poeti di ricordarcelo - che quello che strapperemo alla terra, tuttavia, sarà  quello che abbiamo già perso.

lunedì 21 marzo 2016

NICOLA GARDINI "La vita non vissuta" (Feltrinelli)

Nella sua storia di autore di romanzi, Nicola Gardini ha spesso fatto della questione del linguaggio. forse meglio, detto in modo semplice, diretto,  delle parole, un elemento di snodo concettuale, come della loro pregnanza nella vita. Poeta – con i versi inizia la sua storia di autore – romanziere, docente a Oxford di letteratura  , traduttore, Gardini ha fatto del suo continuo lavoro sulle parole anche un luogo di snodo di esperienze ed elemento chiave attraverso cui passano le sue storie.
A parte le sue prove poetiche  e quelle da traduttore (ultime per Ladolfi la raccolta “Stamattina” e l’antologia di “Tradurre è un bacio”) ad esempio  in due suoi romanzi precedenti, centrale nell’evoluzione della malattia del padre ne “Lo sconosciuto”  il  disfacimento linguistico del padre, accudito nella sua fase terminale della malattia dell’Alzhaimer, e quello sul “Le parole perdute di amelli Lyndt “ compilatrice di dizionari e maestra di vita e letture .

Anche questo ultimo “La vita non vissuta” (Feltrinelli)   è intessuto di parole, scavate tra esattezza e nouances, e da subito protagoniste fin dall’incipit, con la radice della parole latina “Virus”. La storia è infatti segnata dal Virus. E' quella di  Valerio,  un uomo di lettere (scrvie, insegna latino in un collegio americano), ha poco più di quarant'anni, una moglie, una figlia, 
la quiete passiva di un’ esistenza di marito e padre : una vita di fatto non vissuta a pieno. Lo sarà, quando Valerio riscoprirà la sua più intima radice del vero amare, custodita dall’adolescenza in una prima sfolgorante passione per un compagno di scuola. Ma il vero oggetto del romanzo è il passo successivo e pure collegato alla relazione di coppia (l’amore non è anche un contagio? Una malattia, per lo meno in una certa tradizione romantica) , ovvero la malattia.
 “La vita non vissuta” racconta infatti del confronto tra Valerio e la condizione di sieropositività che scoprirà poco tempo dopo la riscoperta dell’amore, con Paolo, giovane pittore che lo riama, ma che pure avrà la disavventura inconsapevole di contagiarlo. Valerio dovrà così fare i conti con una battaglia con il proprio corpo e con un “Avversario” invisibile e subdolo, che non è solo il virus  -  in anni in cui era ancora difficile la cura e il rischio – ma diventa l’identità mutante di Valerio stesso.
Alla notizia della malattia lo spettro della morte invade tutto lo spazio del vissuto, cose e parole, Valerio è costretto a diventare filologo di una malattia, capirne i sintomi, sapere le evoluzioni, le cure, attraverso le definizioni esatte dei sintomi, la precisione dei farmaci e della chimica. 

All’interrogazione continua, al vissuto drammatico e raccontato anche in tutta la sua banale deriva di degenerazione fisica (la banalità del malanno) sarà però opposta anche un’immediata e ansiosa voglia di vivere cose: e così la risposta di Paolo e Valerio saranno  viaggi, esperienze, amicizie cercate proprio a partire da quella condizione, quasi una rincorsa di una vita che potrebbe sfuggire da una momento all’altro. “Quante cose desideravo fare e quante di queste non le avevo ancora fatte per nulla o le avevo fatte solo in parte o male, o avevo smesso completamente di farle?” si chiede  Valerio. La vita non vissuta reclama. Eppure questa fame di vita, è anche desiderio di comprensione e di non lasciarsi sopraffare dal sentimento del tragico. inltre, Benché sia una storia cui la morte e l’amore sono sullo sfondo (l'uomo che ami e chie ti ama, ti contagia: che fare?)  questa non è una storia che prende una via  di neo-romanticismo. Tanto quanto c'è il rifiuto di arrendersi all'idea di malattia condizionante e assoluta, così l’amore per Valerio e Paolo cerca di sottrarsi a pulsioni e patologie dell'ego, come si è pensato per secoli, da Cavalcanti a Freud. Nel procedere di un monologare continuo interiore, che si trasforma in una presenza di  continue frasi interrogative – che quasi rallentano la storia, il fluire della narrazione, Valerio ppone la lucidità del pensiero all'eplosione delle emozioni.
Non per rifiutarle, ma per rivoluzionarne il senso. E in un passo che segna una svolta, con una sorta di illuminazione , Valerio si rende conto , un giorno,  sì, di essere un malato,  mentre è in una sala d'aspetto,  assieme a tanti altri malati come lui, ma si si accorge che il suo limite interiore è la vera malattia: quel limite è l'accentramento individuale sull'Io. Inseguiamo un affermazione di noi, il piacere, la realizzazione, il benessere. tutto molto legittimo, ma subdolamente è sempre l'Io al centro del nostro agire. E un malato, per via negativa è ancora più individualista e narciso. Nache chi pensa di "fare analisi" alla  fine è accentrato su di sé. 

Valerio invece comprende che bisogna scartare di lato o di fronte, verso l’ Altro : “basta con questa mania di distinguermi, basta con la fatica di avere un nome, un volto” . Cancellare l'io per cancellare l’egoismo e il narcisismo e  anche quando siamo malati, dice nel suo flusso contino di  voce narrante e meditativa Valerio, cerchiamo le ragioni nell’anima. In realtà è il corpo malato ed è la malattia del corpo che muta una coscienza o un ‘anima, non viceversa. E smettere con il continuo individuarsi ha un risvolto anche nella responsablità verso l’altro –  come dirà Valerio più volte all’amico anch’egli sieropositivo e che per la prima volta sente di essersi innamorato ma non ha il coraggio di dirlo all’uomo che ama. La malattia ha questo di buono invece:  sradica l’io da sé stesso, lo trasforma, non siamo più gli stessi dall’oggi al domani. E poi bisogna ascoltare il proprio corpo, per paradosso un ascolto dell’ “altro” che abbiamo scoperto in noi.

Se l’amore è stato fino ad ora proiezione “ sforzo di identificazione … con un fantasma che con l’altro reale non ha nulla a che vedere” come era per il suo primo amore giovanile, ora la malattia fa compiere una rivoluzione etica copernicana. Essere attenti all’altro, non essere l’altro o “essere altro da sé”. E’ nelle amicizie anche nella solidarietà della malattia che Valerio trova una nuova dimensione – con il suo compagno di classe ritrovato, Emanuele, … - anche nell’amore : quell’intreccio complesso di colpa e identificazione, di amore che colma una mancanza e alimenta una ferita, alla luce della malattia diventano un veleno-Bovary. “dovevo rimanere con Paolo. Solo così la malattia sarebbe  diventata una libertà”. Essere vivi sotto gli occhi dell’altro, solo questo il superamento di ogni ambiguità dell’amore. 

Anche scrivere corre questo rischio: di trasformarci in Bovary, non in Flaubert.

Il moteore dell'Io è il desiderio. non lo si può condannare moralmente, certo, chi non desidera viaggiare, fare cose belle? Valerio alla  luce della possibilità di morire, ad esempio elenca tutte le cose che desiderava fare e non era ancora  riuscito a fare: la vita non vissuta, che però ci porta sempre ad inseguire i nostri desideri pria di tutto. 
La possibilità di non soddisfare tutti i nostri desideri non deve  però diventare un’angoscia tagica, non possiamo subire il ricatto frustrante del desiderio. Qui sta l’elemento chiave e il nucleo morale del un romanzo, ed è la malattia a rivelarlo.  Desiderare è una perdita.  Valerio non è Ulisse. Viaggerà, anche fisicamente,  insieme a Paolo, e non a caso, cercherà con sforzo di volontà di occupare e abitare la vita del presente, la vita  attraverso l’accettazione della vita stessa, questo proprio per l’evidenza che la morte c’è. Ma non ad essere schiavi di un'ansia da accumulo di sé. E allora cede anche il desiderio, in Valerio di scrivere il romanzo  (“a un certo punto smisi di scrivere il mio romanzo “). Il romanzo deve nascere dalla comprensione esatta delle cose, non da una proiezione di un sé irrisolto. Ed è quello che fa il suo narratore, Gardini:  “Una storia si può raccontare solo quando si capisce che la propria condizione non è riducibile a una definizione di vocabolario”. “La vita non vissuta” è forse il romanzo che Valerio avrebbe dovuto scrivere, ma non sappiamo se e come lo scriverà. Di certo il perno della sua vità sarà a quel punto "fare" piuttosto che scrivere di sé.

 Qui si inserisce il senso delle scelte di Valerio con quelle narrative di Gardini: una storia che ha, avrebbe,  in sé tutti i connotati per cavalcarne la tigre dell’emotività, del romanticismo (anche Paolo manifesta drammaticamente i sintomi della malattia) ma anche dell’ambivalenza – si pensi al parallelo sturm und drang tempestoso che ne ha fatto Margaret Mazzantini –  ma pure un ricorso all’autofiction come ha fatto Siti. Gardini non fa nessuna delle due cose. “La vita non vissuta” è un romanzo della malattia, ma attraverso una sottrazione del romanzo ad un facile romanzesco   a favore di una lucidità cristallina che si riflette anche nello stile adottato da Gardini.  ” Il malato deve, a posteriori, inventarsi un destino, proprio come Dante nella Vita Nuova.” Ecco, l’invenzione è, deve essere,  a  posteriori, prendendo atto del nuovo dato reale: emozioni, sentimenti, mutazioni ci sono, ma analizzate con sguardo lucido come un Resoconto dettagliato, un reportage del vissuto banale  –  o referto potremmo  dire, perché di referti e dettagli medici in questo libro è pieno, a dare testimonianza di ciò che è, ciò che è stato. E non è un caso che  dalla coscienza che si fa lucida e informata nascerà la piccola svolta finale per il destino dell’amico Emanuele, anch’egli sieropositivo.

Il resoconto esprime il concreto del fare scelto da Valerio. Un vivere incessante negli attimi del vissuto. “Cercare e perdere la vita ad ogni momento” si dice Valerio alla fine. Ecco, non l’Ecce homo, ma il  “Quod egi” ovvero "quello che ho fatto"  diventerà il motto di Valerio. Concretezza, poiesis che si riprende la sua etimologia: fare.

Questo di Nicola Gardini è un libro da cui ho imparato molto, ho seguito il percorso e la concretezza della vita di Valerio, ho vissuto una vita che non è la mia, ho saputo della sua intimità fisica e delle sue emozioni interiori, conoscendo aspetti della sieropositività che mai avevo saputo. E forse mai avrei immaginato. Invece sono reali. E così il realismo illuminista e civile di Gardini pota il romanzo fuori al romanzesco, attraverso un resoconto di verità. Non ricordo chi fosse, fose Bachtin o Barthes, che aveva detto : un romanzo può essere realista quanto si vuole, ma non sarà mai tale: infatti non si vede Anna karenina quando fa la cacca. Ecco, per certi aspetti, ci sono anche momenti e resoconti minimi, al grado più basso possibile di oggettività nel calvario di Paolo e Valerio con la loro battaglia contro la malattia. Per questo, “la vita non vissuta” è un romanzo che provoca gratitudine, è illuminante oltre che illuminista. La realtà prende corpo in parole chiare e dirette, senza il trucco del patetico. Romanzo civile, non mi viene altra espressione. “ll malato è uno che sa che qualcosa è accaduto; e che lui è la viva espressione di quell’accadimento, ora e per sempre.” Ora lo so anche io, lettore.



lunedì 14 marzo 2016

MARCO PEANO "l'invenzione della madre": un romanzo e altre narrazioni e opere sul lutto.



il romanzo di Marco PeanoL'invenzione della madre” (Minimumfax) è un romanzo in cui ancora una volta ci si confronta con il lutto e con la morte di una persona cara. Ancora una volta perché, a fronte di un tema universale, va registrata una certa ricorrenza negli ultimi tempi, sul piano editoriale (Kanusgard, McDonald, Di Fronzo, Ernaux e altri).
 In un' epoca che – come scriveva già Philip Ariès molti anni fa – tende se non a cancellare ad anestetizzarla, quando accade si ripropone spoglia e senza argini valoriali. Un uragano muto. LA morte poi, essendo stata la sua celebrazione, l'inizio della rappresentazione e del linguaggio, da sempre, ad ogni cambio d'epoca, nella forma del suo esser raccontata, segnala cambi di codici.

Nel libro di Peano  il lutto per la madre diventa anche un' elaborazione di una relazione d'amore e della sua dimensione totale.Come dovrebbe essere l'esperienza del lutto quando muore chi ci genera. Ma come ne facciamo esperienza? Ed è sempre la stessa esperienza o magari oggi, per una persona giovane di oggi segnala anche un'inesperienza sempre frustrante?  (per dirla con Antonio Scurati - "Letteratura dell'inesperienza").
L'uso delle immagini in Peano, l'elemento dell'immagine in relazione alla scomparsa della madre, pur non essendo ancora immersa in quel fluxus continuo che proprio in questi ultimissimi anni la foto (l'arco temporale narrato va dalla fine dei 90 ai primi anni del 2000), contraddistingue questo libro, e forse ne evidenzia una specificità contemporanea, rispetto all'esperienza della morte.  La mancanza è universale, come riempirla o crearne un simulacro, no.

 Il rapporto con una madre che resta forse la radice di tutte le relazioni e l'unica esperienza di “totalità”, cozza oggi con un'epoca che ha decostruito, reso relative, tutte le nozioni, le idee, di universalità, ha "liquidato" l'amore, pur facendolo sopravvivere nell'immaginario cine-mediatico nella sua forma più banale e romanticheggiante.
. Quel che mi ha colpito in Peano è che - letto e pubblicato oggi, 2015, questo libro nel giro di pochi anni rispetto alla colocazione della sua storia, diventi agli occhi del lettore di oggi anche narrazione di un passaggio epocale e di una distanza storica. Quando e dove  lei  c'era , era un “altro tempo” – ed epoca (basterebbe pensare già a suo tempo ovviamente al libro di Bendetta Tobagi o di recente quello, diverso,  di Nadia Terranova).
 Tornando a “L’invenzione della madre”: il protagonista è lo studente Mattia, che apprende ben presto che la madre malata di tumore,  non si salverà. Da qui quella totalità in perdita, si tramuta in pratica di dilatazione e rallentamento : del tempo, del ricordo, del pensiero, del linguaggio, dei movimenti, del movimento della propria vita.. Mattia, studia, lavora in una videoteca ed è appassionato di film, ha una fidanzata: tutto si sposterà in secondo piano,  della morte, nessun  momento potrà essere sprecato, neanche un istante dell’esistenza. Da qui la prima conseguenza sullo stile che come tutte le narrazioni di lutto si concentra in modo ossessivo sui dettagli.

Il lutto si addice alla metonimia, al fotogramma.  Come se la scrittura nel farsi dettagliata (tipico)  fosse anche una sorta di rallentamento temporale della morte, da parte di Mattia,  in una narrazione che è tuttavia anche di Peano, e dichiaratamente autobiografica. Ed è una dichiarazione di poetica oltre che una posizione valoriale.

 Il primo effetto che noto è infatti biografico-culturale: Marco Peano è del 1979, se la sua autobiografia va a sovrapporsi a Mattia, i suoi studi lo portano tra la fine del XX secolo e poco dopo l'11 settembre. Non viene mai citato il tempo storico, ma il dettaglio degli oggetti della vita quotidiana di Mattia diventano, ai miei occhi di lettore di oggi, 2015/2016 non tanto la forma di un diario di un lutto,nel presente,  ma il congelamento di un passato che – complice l’evoluzione rapidissima della storia umana e tecnologica – colloca quasi involontariamente questa registrazione di lutto in un tempo molto lontano, in un circuito chiuso di ricordi, facendo del memento mori Storia,  memoria – con un preciso aggancio, esplicitato nel libro:  “nel 1997 i DVD vennero immessi sul mercato e nello stesso anno cominciarono a manifestarsi i segni della malattia di mia madre”.

Insomma:il lutto cambia tanto quanto cambia il modo e l'esperienza del suo vissuto e della sua conservazione - mettere un vestito nero o lasciarsi crescere la barba era per avere sempre un segnalatore ad ogni momento: ma oggi si può?

Il modo di conservare le immagini di chi è morto (VHS dvd, internet e ora facebook) sono  correlativo oggettivo non solo della decadenza fisica e biologica, ma anche del senso stesso dell'esperienza di cosa conserviamo della morte, dell'esperienza della morte alla l luce di questa trasformazione rapida del mondo degli oggetti e della Storia occidentale che sarà determinante nel libro per tenere la memoria della stessa madre.


 Trasferito nelle cose è il pensiero della morte, per sedarlo nei suoi effetti. (effetto-passato per un autore che mentre oggi pubblica il suo romanzo, sicuramente usa netflix e spotify non i CD e le videocassette) . Sono elementi Extratestuali, che stanno oltre la soglia del romanzo,  ma del resto la narrazione di un lutto, così come la condizione psichica del lutto si colloca proprio per statuto al confine, sulla soglia tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi.
Il romanzo è dunque per statuto, luttuoso. Ma si rivela insufficiente, specie perché il lutto oggi  diventa anche la perdita di una Storia. La morte si fa essa stessa straniante e desueta.
Mattia resta scosso, come capita a molti: la morte è destrutturante, depressiva, scatena accidia:   Comincia a vedere tutto in termine di perdita, dilatazione: ad esempio, inizia a rimandare l'appuntamento con i progetti. Nel pc di Mattia Il documento “tesi.doc” è fermo, mentre è dinamico quello “medicine.doc.” I nomi dei farmaci, precisi sono il segnale chiave di una parola-pharmakon che tuttavia può solo registrare il dettaglio. Anche il progetto di coppia si scolla, via via, ammutolisce. Dispare.
Il romanzo stesso dispare, scivola nella sua impotenza: alla prosa asciutta di Peano, che scrive come Narratore in terza persona,  fa da contrappunto il continuo ricorso di Mattia, in uno scivolamento di narrazione libera diretta, a comparazioni, accostamenti metaforici con dettagli e scene tratte da film, ma non solo, in ogni caso altri linguaggi: quasi a rendere esteriore l’acme simbolico, quasi a sottolineare di non aver finito le parole. E’ un dichiarato “rifugiarsi nelle immagini” un montaggi di fotogrammi, perché un genitore che muore, dice il narratore ma certo è anche un pensiero di Mattia,  “è come un film che hai visto da metà e di cui sei certo di ignorare molto”. Eppure per vederla basterebbe “andare di là “.

C’è inoltre un elemento ed è quello del futuro, per una generazione che non ne vede, la narrazione di lutto in un età giovane ha proprio la funzione di autorizzare la rinuncia al tempo futuro. Chi è nato alla fine degli anni 70 è senza futuro senza proclamarlo, come fecero i padri, che quel futuro lo hanno occupato fin troppo, come era di moda uralrlo nel 1977.
Loro lo sono in carne e ossa, quel futuro mancato. Il tempo davanti, all’annuncio della malattia
irrimediabile diventa concepito solo in “tempo che resta” come quello di cui chiedono Mattia e il padre alla dottoressa.  Se nel passato, generazioni che avevano proiettato la visione verso un avvenire e un’utopia, la morte era anche passaggio di consegne di generazione, simbolicamente per Mattia, poco più che ventenne all’alba del XXI secolo, la morte diventa la conferma che il tempo è finito. Mattia diventa “una videocamaera di carne” –  sogno alla 
Cronemberg, ma lungi dall’essere quell' incubo, è invece ormai ribaltato a conforto.

Tuttavia questa videocamera non trasmette, è un circuito chiuso, temporale e psicologico.    Ed è così che questa generazione tende a volgersi verso il passato molto più che le generazioni precedenti, tra vintage, hipster, vezzo: l'utopia per Mattia è quella dell’ “attimo”, ritagliato nel presente o nel passato, l’attimo in cui siamo felici  (ho conosciuto Peano come editor di Valerio Millefoglie) . È quel momento lì aurorale originario legato spesso tuttavia al privato al proprio ricordo personale dentro magari una dimensione storica dentro un ricordo collettivo, come capita anche a Mattia,  che
può far riandare agli oggetti cartoni animati ai gadget alle cose da consumare alle cose che si è vissuto, comprato, i film visti, le trasmissioni televisive dei cartoni animati tutto e immediatamente tutto è irrimediabilmente passato tutto è legato a questa dimensione “ri-uso” del passato. L’esistenza di mattia diventa così un gigantesco “giorno della memoria” – e non a caso questi sono gli anni in cui questo tempo esausto che è stato il secolo breve ha smesso la sua corsa, e si volta all’indietro, a cercare sempre più celebrazioni.
Mattia si concentra così sui dettagli dell’accudimento, con un eccesso, dal punto di vista narrativo, di tecnicismo, materico, di ostentazione della freddezza che è un mix di citazione letteraria ( l’archetipo di Albert Camus, “Lo straniero”) e fissazione feticistica luttuosa.

 Il libro di Peano del 2015 si lega benissimo ad un altro libro, del 2016, quello di Gabriele Di Fronzo “Il grande animale” (che con Peano condivide l'apparennza a quella  città ctonia ed egizia che è Torino) in cui il protagonista  è l’imbalsamatore perso anche lui nei dettagli,  anche lavorativi della sua professione, nella esattezza con cui elenca strumenti azioni e spiegazioni anche scientifiche della lavorazione del cadavere degli animali e che fanno da controcanto speculare ai dettagli dell’accudimento del corpo del padre). Scienza, tecnica, illustrazione iperrealista. Dettagli materici.
lo sguardo sulla morte così opaca e muta, è tuttavia fatto con lenti HD.


Ad esempio lo si vede nei film ed è presente anche in questi libri (in  Nanni Moretti (Stanza del figlio e Mia Madre) si ripete la scena del fissaggio della bara, filmata in modo così ravvicinato, come Peano racconta dell'odore che fa la chiusura di una bara).  Mattia segue con la prosa l’esattezza di malattia e morte, sempre lo stesso doppio binario: da un alto la morte ci rende gli occhi apertissimi e vediamo tutto con insolita esattezza anche i dettagli più banali (effetto MDMA) dall’altro non vediamo più nulla, nel complesso, siamo dentro un’opacità di occhi velati. Di certo, come nelle statue barocche, la sfida alla morte è nella piega e nella riproduzione della carne morta e fissata nel marmo: nell’esattezza. Lo dice in un incipit lo scrittore americano Rick Moody (Rosso americano) “Colui che conosca le pieghe e le complessità del corpo della propria madre, egli non morirà mai”.

L’esattezza della cura, come poi sarà della procedura funebre, c’è anche nel voler sapere: anche se Mattina è frustrato: “più cercavo informazioni in rete più mi deprimevo”; Altro dettaglio epocale: la malattia e la morte ai tempi di Google.

In realtà di fronte alla morte, non abbiamo bisogno di informazioni, ne abbiamo fin troppe, quel che manca è una necessità che taglia le epoche: abbiamo bisogno di un disegno, di una trama (il romanzo di Mattia non procede, è un succedersi avanti e indietro nello stesso lasso di tempo di brevi episodi divisi in capitoli e la narrazione sul lutto è spesso anche una meta-narrazione implicita). Necessità di scriverla dentro un destino: soltanto così la morte ha senso. Ci manca l'immaginazione del futuro, non solo le culture della consolazione religiosa . Un quadro di una storia, una trama.

La morte è disfacimento della casa, ma al tempo stesso archivio: Come Mattia che mete le mani tra le
cose della madre, le disperde e le conserva al tempo tesso. La nostra è una malattia dell’archivio, la coscienza un database. Un accostamento:  la registrazione del morente, della propria reale madre,   che ha fatto  Sophie Calle con la bellissima mostra “MaDre” (il gioco in fracese è “mere” mare/madre) in cui ha tra le altre cose, ripreso per settimane lo scivolamento verso la morte della madre rale, poi ne ha allestito un monumento-opera funebre,  vista tra l’altro a Rivoli di recente (ancora Torino città di memoria e lutto, di mistero, sangue, mummie egizie)

:


  E alla Fondazione Merz, ho Pensato a Di Fronzo e Peano guardando anche la mostra di un autore dell'archivio, della memoria e della morte che si conserva nella materia: Christian Boltanski , con “Dopo”: scatole sotto lenzula, silenzio irreale, lenzuola a coprire forse il lavoro stesso di Boltanski dopo la sua morte - lui che sta immagazzinando quantità innumerevoli di dettagli e tracce anche anonime di esistenza per salvarle dall'oblio...  Mattia personaggio come Peano autore - e altri più o meno trentenni oggi -  appartengono alla generazione che negli anni “dopo” la morte dei genitori o di un genitore, coincidendo con l'epoca del dopo-900, si stanno preparando ad entrare negli anni dell'arrcivo evanescente, la rappresentazione continua e continuamente obliata del loro tempo personale nel diario di Facebook, si preparano ad offrirsi specchiati in un selfie agli occhi degli altri e li resteranno nella gran confusione di immagini, i nostri ricordi, come lacrime perdute nella pioggia.


Romeo Castellucci con “Sul concetto di volto nel figlio di 
Dio” aveva messo in scena nell’esposizione del corpo malato, morente e decadente di un padre
accudito, nulla sua evidenza scandalosa, una totale e perfetta assenza: quella di Dio, appunto. E sulla scena l’elemento più forte è stata la merda, che invade la vista. Va da sé che si pensa alla fase anale, alle feci, all’elemento di fissazione feticistica che questa nel “romanzo freudiano” così Mattia. Così Mattia ad un certo tempo si dice esasperato dalla impossibilità di poter curare la madre e mentre sta per arrivare a trovarla nell'altra stanza (un di là ripetuto, a prefigurare fin troppo evidentemente un aldià) si augura che la diarrea della madre quella notte sia così abbondante così violenta e  “pietosa” da seppellire tutti loro quando lui aprirà la porta.

no è solo morto Dio e assente suo figlio, il suo volto così fisso e muto e atarassico: è “la memoria, quella facoltà che reinventa da sempre nel lutto, ad essere oggi  morta. L’ossessione di Mattia  è quella di conservare e quella dell’ immagine riprodotta, nella debolezza del romanzesco :non solo i film associati a episodi personali, ma anche quando vede o pensa di vedere la madre in un pubblico televisivo, durante una trasmissione.

Il sesto senso che ci permette la presenza del defunto è postmediatico. I fantasmi sono anche loro  nel sistema della parcellizzazione totale delle immagini, che ora ci avvolge. Instagram è il codice nuovo. La morte rende assente ogni altra presenza simbolica: icone religiose e religioni su tutto. Faticosamente qualche oggetto, ma sono morti del passato – la bisnonna riesumata, la sua fede. Non sopravvive nei nastri delle video cassette, ma sopravvive in un file audio registrato inavvertitamente col cellulare, forse è confusa nella folla di spettatori di una trasmissione tv. Poltergeist. L’invenzione della madre è di fatto  la (sua, nostra)  riproducibilità tecnica di presenza. Il lutto è tale, la morte è tale solo se sta dentro questo sistema – e tutti gli episodi folcroristici della morte ai tempi di facebook in realtà sono dentro questo quadro: farsi un selfie tutti assieme nel giorno del funerale della madre e postarlo, non è più una degenerazione di un momento sacro, ma il memento necessario per superare il vuoto. Mattia vive la morte della madre prima di  facebook ma con la sua scrittura addizionata di immagini e frame di film è come se preparasse questo terreno.

Non è un caso che il “dopo”, il tempo che viene, senza essere tempo ovvero l’ultima parte dell romanzo è ancora meno “narrativa”, è un film dei ricordi ancora più  slegata dalla trama : trama, storia è quella della presenza in vita, il dopo è una serie di piccoli capitoli, ancora più frammentati, che  forse appesantiscono anche un po' il libro (anche l’ultima pagina “tutte le parole del mondo è troppo ostensiva, si capiva già tutto prima)   ma che al tempo stesso lo riempiono di ulteriori elementi di riflessione diventando quasi una sorta, qui si, un diario- saggio (e più debitrice dei “Dove lei non è” di Roland Barthes ma forse tutto il libro è bathesiano) .


Siamo alla Deriva senza approdo, nella parte finale del romanzo, la più incerta - come  quelal di Di Fronzo è invece la più forte e radicale - ma significativa nel suo essere  deracinè rispetto ad un ordine narrativo. Mattia , dopo, l'anno del "dopo", apre il computer di casa e legge una scritta inglese “This day will never Happen Again” . Condannati al presente, i  detriti della materia del passato accumulati ai piedi, ecco il non ancora trentenne Mattia che nella vecchia officina del nonno trova una foto della nonna quando era giovane e nei suoi occhi vede, con una preveggenza rivolta e cercata nel passato, come un Pollicino nei frame, come un tossico dove non c’è più nulla, la presenza della madre anche prima di lui, per poter immaginare i giorni che l'attendono e creare una trama che invece si è sfaldata per sempre: il futuro ha i tratti del passato che si preparava al nostro presente. Anche nella sua possibilità non percorsa .
Mattia rovistando trova anche un fascio di lettere indirizzate alla madre, da un altro uomo: fanno immaginare un “se” un’altra storia possibile, un altro padre: è il passato ormai l’unica fonte in cui possiamo immergerci in un ‘immaginazione del futuro. L’invenzione della madre è l’invenzione del futuro che poi siamo stati. O anche non siamo stati, in ogni caso: è lì che cerchiamo illuminazioni e intermittenze, e  risposte  a domande non ancora formulate.

mercoledì 24 febbraio 2016

ALESSANDRO BERTANTE "GLI ULTIMI RAGAZZI DEL SECOLO" (GIUNTI)

Di questo libro, che parla ad una generazione che è anche la mia, nato nel 1964,  mi vengono in mente parecchie cose. Recensirlo è anche il modo di fare i conti con un certo pensiero tra malinconia e memoria combattiva che questo secolo ci ha lasciato tra le mani. Mi prendo un po' di spazio.
il romanzo si snoda fondamentalemnte  tra la milano degli ani 70 e soprattutto 80 nel racconto della formazione di un ragazzo di quel tempo, e un viaggio nel 1996, durante una vacanza di Bertante e un suo amico in Croazia, al mare, pacificati, verso Sarajevo, città simbolo del secolo delle guerre e della fine secolo.

Una costruzione di quadro e istantanee, un senso memoriale e postmoderno insieme del narrare.
Partiamo da un dettaglio, ma significativo. C’è un esercizio che fa Alessandro Bertante, protagonista e narratore in prima persona del romanzo scritto da Alessandro Bertante (“Gli ultimi ragazzi del secolo”, Giunti) nelle prime pagine del libro:  dare il senso di un’epoca nominando le cose, gli oggetti che l’hanno caratterizzata. E’ qualcosa che spessi si fa, come la fece Fabio Fazio in Tv per gli anni 70, oppure come spesso si vedono circolare su facebook certe liste di oggetti che servono a cementare un’appartenenza. Il motivo è dichiarato “non esiste nulla di più inaffidabile della memoria”. Le cose tuttavia non sono esattamente tali e proprio questo esercizio di nostalgia degli oggetti nato in quel decennio “paradossale” segnala altro, che chi è cresciuto negli 80, nato nel 1969 come Bertante, nella sua maturazione identitaria di adolescente gli oggetti, le cose smettono di essere, conteranno solo i loro nomi.

Quel decennio fu l’esplosione dei brand,  delle marche. Delle Griffe, ovvero secondi nomi che spesso si sovrapponevano se non sostituivano all’oggetto, ne era no il simulacro. Un nome, ma solo quello contava, non l’oggetto che denotava ( Non si indossava  il “piumino d’oca” ma il “moncler”) . Allo stesso tempo il filosofo noto per il “Trattato di semiotica “ del 1975 nel giro di pochi anni compie una svolta clamorosa: dà respiro ad un romanzo, in cui mette in scena romanzesca certe idee,ma forse  era di fatto una deposizione delle armi della filosofia del linguaggio, a favore della  “narrazione”  – quel “Nome della rosa” di Umberto Eco che ci ha appena salutato, congedandosi da quel mondo postmoderno che aveva in parte contribuito ad inaugurare e a decodificare, e nel contempo essendo attore principale ( mi viene in mete che una delle attività più richieste ai pubblicitari oggi dai grandi marchi, dai brand è “creare appunto uno storytelling del nome, del marchio, la sua intepretazione narrativa).

La mutazione antropologica che vive Alessandro Bertante  è quella di chi è cresciuto nella Milano degli anni 70, vissuti nel riflesso  di genitori prima militanti politici e poi piccoli borghesi, è poi approdato in un’università post-politica, come post-storico era il suo stesso mondo – avere vent’anni nel 1989 e non permettere a nessuno di dire che era la più bella epoca storica per avere vent’anni – e ha più di tutto partecipato come “corpo sociale” alla trasformazione biopolitica di un esistenza metropolitana di progressiva desertificazione delle identità, ma che pure era il culmine di un progresso per le stesse masse finalmente con diritti e opportunità, partecipando alla ricchezza collettiva  “Gli anni ottanta rappresentano l’ultima vera espressione identitaria dell’Occidente pacificato e vittorioso, l’orgogliosa rivendicazione di un primato politico e culturale”. La storia che aveva impiegato tre secoli per arrivare al punto di massima ricchezza possibile per la maggior parte delle persone  possibili con il massimo del progresso tecnologico e scientifico possibile, tutto in Occidente. Dentro questo enorme progresso collettivo però i singoli ragazzi che ci crescevano dentro, stavano incazzati come pochi, forse poi nel modO più imbruttito possibile, perché sapevano senza averne coscienza di essere proprio gli ultimi.

“Ci hanno raccontato una storia senza lieto fine, perché il lieto fine saremmo dovuti essere noi, i loro figli” Non è rimasto niente di cui essere fieri” scrive ad un certo punto, 

Per questo la risposta fu individualista, dal punto di vista politico e culturale,  ma sottotraccia fu un’estrema solitudine  (un “aristocratico della solitudine” l’adolescente Bertante che attraversa la città di notte) , e in chi stava fuori dal gran ballo dell’egotismo anni 80, pur stando a due passi, in periferia, l’individuslismo significava affrontare la vita “a muso duro / un guerriero senza patria e senza spada / con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro. “ come cantava Bertoli ad apertura del decennio. E resistenza era guerriglia, teppismo, piccoli gruppi,  centri sociali, underground, una sopravvivenza e una sotto-vivenza. E in isolamento  nella periferia o nella suburbia di quel centro splendente che era la Milano da bere – Ogni ragazzino metropolitano si è identificato con la tristezza di Jimmy Sommerville in  “Small town boy “.

Tutto ciò nel libro, nella storia narrata in modo apertamente autobiografico da Bertante,  non poteva che approdare fisicamente – è il segmento di avventura romanzesca centrale – nel luogo che tutto ciò ha rappresentato per  un secolo, per molteplici simbolismi: Sarajevo.
La città in cui il 900 s’è incendiato con l’attentato che portò alla prima guerra mondiale e all’ingresso delle masse nella Storia, la città in cui precipitò l’Europa alla fine del secolo e dopo decenni di pseudo-pace post ideologica, diventando di nuovo guerra. Il secolo che vedeva l’uscita dal 900 delle masse, delle identità sociali e accompagnandoci in un tempo storico di percezioni singolari, virtuali, quella solitudine dentro la storia, quall che va da chi assiste ad una guerra dal salotto di casa, fino a chi nella solitudine di una tastiera si trasforma nell’unabomber di parole di odio, sui social…

 L’autobiografia di Bertante qui non è autofiction ma una decisa narrazione memoriale che cerca difarsi storia comune,  che non cerca ambiguità, ma cerca la cronaca, tiene il passo di quell’epoca in cui di fatto si è vista la fine delle grandi narrazioni diacroniche, per un appiattimento del presente.
Così Bertante scrittore recupera anche toni e forza ritmica della sintassi, costruzione di scene, velocità di un suo stile  per tentare un’operazione che direi riuscita: riportarci al passato, ma attraverso una narrazione materica, diretta, di forte impulso “epico”  ce la fa rivivere così come chi l’ha vissuta la ricorda – e chi no la può sperimentare – con un tratto caratteristico che aveva la medesima elettrica battente cadenza, ma che era di segno opposto, ed era il ritmo del presente nel ritomo delle news del flusso CNN che fa narrazione e dramma "live" della storia.

Percepire il presente e raccontarlo in presa diretta.Con questo si confrota oggi uno scrittore. come inseguire quel ritmo, quella percezione.
Ed è significativo che quella  generazione (di Bertante soprattutto) ci si sia formata dentro.

  Bertante con la scrittura arriva ad un effetto simile ma col contrario: Sembra che faccia la cronaca, la radiocronaca di un suo vissuto, in simultanea, ti ci trasporta anche per forza visiva, irruenza nervosa del lessico e della sintassi,  ma sta in realtà narrando un addio, se non un’elegia,  un’epica ma con distacco. Un secolo che per certi aspetti quasi pare leggenda.

Un secolo del conflitto che si chiude con una guerra, ma pure con un decennio in cui tuti i conflitti che l’avevano attraversato anche felicemente, progressivamente, diventa il decennio del “ripensamento” come lo chiama Bertante, preferendo questo termine a “riflusso”. Una generazione di isolati, senza più un nemico. Un decennio che sfarina via e che Bertante raccoglie nel suo sfarfallare di istantanee belle, vive, concrete, che restituiscono “l’energia in movimento “ di un weekend postmoderno come lo raccontò Tondelli, ma che non poteva non essere anche una “dorata illusione”: la conferma di esistenza al mondo l’avrebbe data lo specchio della Tv, unico collante sociale: libertà è partecipazione al consumo.

Aldo Nove lo raccontò in quasi presa diretta con Woobinda, oggi Bertante lo ripensa, quell’affollato supermercato fatto di gag e fastfood, già nostalgico nel suo proporsi con l’estetica “revival” anni 50 del “Drive-In” televisivo. Già rivolto all’indietro, perché una cosa era chiara in quegli 80. L’assenza di orizzonte. Che per qualcuno fu tentativo di un “altrove” dell’eroina. Oppure coprirlo con il “dark” dei Joy Division.
Chiusi in uno spazio asfissiante di solo consumo e nessun alternativa. Ci circondava un’aura negativa come il contorno viola della sagoma del malato di AIDS della pubblicità con la musica della Anderson. E nessun crollo di muro cambiò la situazione, ampliò solo lo spazio della cella in cui eravamo rinchiuso. Costretti in un fortino con il senso di assedio, ma senza nemico che assedia. (Il deserto dei tartari di Buzzati che si fa verità).

Se senso  di assedio da warriors metropolitani era, tanto valeva andare verso un assedio vero. questo fanno i due amici, in pantaloncini e ciabatte, in quell'estatedel 96.
Quell’andare verso oriente, nell’altrove di una terra squarciata dalla  battaglia per certi aspetti era sentire il fascino di un’epica e del tamburo battente della Storia che attraversa un territorio. Là dove il 900 muore, forse pure il 900 è ancora vivo, nella morte e nelle ferite. Questi due “ultimi ragazzi del secolo”, Alessandro e il suo amico, decidono così di rompere la  cortina di ovatta che attutiva tutto in un flusso “live” ma da salotto tv della storia e decidono di fare qualcosa di antico: andare a vedere, testimoniare cosa è Sarajevo, la cosa che “sta prima” del suo nome, del suo simulacro, alla  faccia di Baudrillard, ” la sua immagine tv, per non lasciare che solo quella “nuda” immagine come le “nomina nuda” del motto medioevale trascritto a inizio anni 80 da Eco.

Vedere le cose, non solo le immagini, per poi depositarle in parole. Fosse anche – quel sottrarsi all’ inesperienza che ci stava caratterizzando – dal 89 ma soprattutto da quei filamenti verdi del bombardamento di Baghadad del 91 che visto in tv,  somigliò nel cervello di molti ai bastoncelli verdi con cui si sparava nei video game di “Space Invaders” con cui quella  generazioni aveva giocato 12-14 anni prima. Toccare le cose,  fosse anche da turisti sciabattanti e per solo due giorni, in Panda.

Salvo scoprire che in Bosnia non c’era l’epica, l’onore, i valori, ma era esattamente come nel resto dell’Europa e dell’Occidente – e da lì a poco in tutto il mondo dalla Cina ,all’India, al mondo islamico. Era tutto un teatro (”teatro di guerra”) uno “specchietto per le allodole” dichi vi voleva credere, la realtà erano i soldi “Rimangono solo i soldi, tantissimi soldi” – è solo questo a muovere la falsa pace, come anche il teatro di guerra.

“Questi sono i Balcani qua ancora vivono le leggende della nostra storia”. In un certo senso lo scrittore del “Al Diavul “ e di “Nina dei lupi “ cercava a Sarajevo la leggenda, ma di fatto trova la cronaca bieca dell’affarismo – pur trovando umanità, tra vittime e volontari. Una volta Roland Barthes scrisse della differenza tra lo storico e il romanziere: lo storico sorvola in mongolfiera la paesaggio della storia, il romanziere la attraversa a piedi o cavallo. Così noi vediamo questa lunga passeggiata metropolitana tra Milano  e Sarajevo di questo giovane in cerca di leggenda e che approderà al finisterre che avrebbe da lì a poco inaugurato un’altra epoca: quella dell’economia globale dei destini individuali che non ci sono più.

Resta al narratore far sentire però l’odore della storia e la sua puzza e Bertante ci riesce molto bene. E’ una scrittura a volte da “inviato speciale” nella memoria, che per questo mi sembra legata a quel decennio in cui per noi fu assorbire la realtà dal “flusso” della CNN (“inarrestabile flusso”). Il palinsesto della storia si compone nella sequenza costruita dei capitoli della narrazione (qui la letteratura si mostra, rispetto al semplice memoriale) per un Bertante che come tutti noi ha salutato il decennio degli 80 con Mario Pastore e l’ha vissuto molto attraverso la Tv – e la TV poi si sarebbe fatta realtà, con Berlusconi, la TV sarebbe scesa in campo  

Nel palinsesto del racconto di Bertante tutti i segmenti si sovrappongono  (le vacanze con il pulmino wolkswagen, la politica anni 70, le stragi, la scuola, le case di Milano, la musica e il punk, le controculture, il paesaggio metropolitano, la piccola borghesia, la televisione vista ecc. la sequenza delle tessere costruisce il narrato ) Come Schifano – non a caso l’artista emblema del periodo, che in quegli anni inseguiva in una sua disperata rincorsa di fermo immagine le istantanea del suo televisore perennemente acceso - Bertante allinea le sue polaroid, che a sua volta fotografano il periodo e infine le rimanipola linguisticamente – con accenti particolarmente  riusciti nella passeggiata di attraversamento della città, nelle scene in cui le risse o la durezza del contatto urbano, le botte, la violenza, si acuiscono – e non a caso li torna il presente indicativo come tempo verbale, il passo è il presente, ma pure restituisce non anni formidabili, ma l senso di una generazione che si stava sciogliendo, diluita nell’anonimato, invisibile e mentre cammina diciassettenne del 1986 sa che “questi anni già dimenticati dureranno per sempre”. 

“del mondo che mi ero lasciato alle spalle non mi importava più nulla, dell’eredità storia ancora meno, ogni retorica si mostrava  caduca … che niente finisse era ormai un dettaglio marginale, melanconia, gioia e tracotanza si mischiavano nel tumulto dei giorni cavalcati senza rete, fra le crepe della storia si stava forse aprendo un passaggio, negando la menzogna della sua fine, e noi, inconsapevoli e fragillissimi, pensavamo di essere pronti al futuro.”


Dimenticare, ultima possibilità di farci ricordare nella storia

venerdì 12 febbraio 2016

ALDO BUSI "L'ALTRA MAMMELLA DELLE VACCHE AMICHE" (MARSILIO)

“Busi tanto per cambiare sei andato fuori tema”. Aldo se lo sente dire da quando era in terza elementare. Lo scopriamo a pagina 83 della sua debordante autobiografia non autorizzata e soprattutto non richiesta, ma proprio per questo subito diventa un dono incandescente. “L’altra mammella delle vacche amiche” (Marsilio, p.466) è il racconto in forma stream di scrittura di tutto quel lungo  fuori-tema che è stata la vita di Aldo Busi, quel suo essere anche fuori-classe. Il materiale del libro è anche in parte ciò che era rimasto fuori dal precedente Vacche amiche, tanto da lievitare da 180 a 466 pagine e ci porta a rimestare ancora di più nell’essenza del suo capolavoro: fare di sé stesso un’opera d’arte, ma solo per poterne scrivere. 

E’ la scrittura, la totalità della  scrittura, quello che consacra con questo libro Busi,  il suo essere fuori da canoni, da generi, da limiti (“uno scrittore del mio non genere”) : per anni abbiamo letto i “romanzi” di Busi, spesso trovando le imperfezioni più belle delle forme composte, del “romanzo-in-sé” che aveva strutture ad alterna efficacia, in libri che tuttavia non si potevano apprezzare nel complesso dell’ “opera”. Insomma romanzi che da un lato erano imperfetti, spesso, dall’altro non potevamo non essere letti, per attraversarli alla scoperta dei suoi vertici. Ora Busi, proprio come con la  vita di chi ha vissuto molto e si può permettere di rinunciare, con questo libro ha definitivamente rinunciato ad obbedire anche a quel tanto di necessità editoriale e si riprende la libertà della scrittura, chiamano i suoi lettori ad essere messi sull’ottovolante e anche sulla graticola, dentro pagine irresistibili di una sua personale ed egocentrica Entretien infini .


 Il  doppio canale produce un attrito, un contropelo della  vita che alla  fine è “il” fine ultimo: la fine è il fine, ossimoro del gender, come nella sessualità espansa di un omosessuale  stanco ma gaudente sadico del fatto di essere, per esempio, il desiderio sessuale delle sue tante vacche, ammiratrici, lettrici, amiche. Ma pure di aver vissuto al punto di intrattenerci tanto con i ricordi del sesso mirabolante, quando con le sue disavventure della prostata.
E delle donne poi, di queste vacche, nonostante amiche, ne fa un ritratto spietato (“l’unica voce che ha nel mondo oggi la donna è la voce Donna di Wikipedia”) ma proprio per eccesso di amore che non si può definire tale, quindi non è. . Busi non ha freni morali, eppure è animato da una ricerca di moralità assoluta. Daniele Giglioli ha scritto di non farsi ingannare:   in Busi è il reale autentico risentimento, l’odio vero, il vero motore della scrittura. E che non  è vero che in fondo ci ami, e che non  scrive del brutto di paesani, italiani, giornsliti, politici, ecc per una catarsi della “bella scrittura” che poi tutto risolve. No Busi è sferzante, senza sconto. Il risentimento, l’odio che circola in queste pagine è reale, è un’espulsione di viscere, ma alla fine (permettete la critica empatica da lettore) dato che non abbiamo un sentimento altrettanto di odio e rifiuto,  nei suoi confronti, ma semmai di gratitudine , di divertimento, di riso, di vitalità, penso – non vorrei fare del sentimentalismo al posto della critica, ma concedetemelo un po’  – che Busi effettivamente ci tratti male ma per non lasciarci andare a fondo.


Come in uno specchio, del resto lui stesso scrive:  ”volevo semplicemente essere amato (..) volevo diventare memorabile per qualcuno ..dunque cominciai a fare qualcosa di insolito”  in cui si vedesse “ il ricordo l’affetto, la traccia d’amore civile per me nella sua memoria, tra se e sé”. Ecco in questa proiezione futura di essere rammemorato Busi si ritrova scrivendo oggi, attorno al  perno da cui s’è originata poi la (sua come di tutti?) scrittura che di quella pulsione diviene forma.
perché la memoria è la chiave di tutto, si vive per essere ricordati da qualcun altro. Lo si veda nelle sorprendenti pagine finali in cui Busi confessa qualcosa che non si era nuppre ben raccontato da sé: quell’uomo violento che era il padre, mancava alla madre, per tutti i gesti quotidiani che condividevano, nonostante avesse pure tentato di ucciderla. Perché conta in una coppia anche se l’altro è un avversario, il fatto di  aver “depositato presso di sé la memoria del corpo dell’altro, la sua storia e quindi la propria”. E dunque anche a Busi, pur odiandolo questo mondo-uditorio, il lettore è un “nemico fedele”.

E non è un caso è proprio il suo libro più libero, libero anche dalle forme narrative più originali. Come nell’arte c’è espressionismo, informale ecc, qui Bisognerebbe chiamare in causa “giornale intimo” “diario” pamphlet” “autofiction” “zibaldone” e nessuna di queste categorie sarebbe adeguata e tutte assieme si.
Lo fa , si potrebbe dire quasi a specchio, in un libro-testimonianza , in un libro in cui certo fa strame delle sue memorie, ma quel nucleo che tiene assieme il desiderio di eros il suo essere un cives in Aldo è ancora lo stesso, da sempre.
Di schiaffi tuttavia ne dà, Busi altro che, e non si salva nessuno, tanto che hai la sensazione che se proverai a parlarci, a scrivergli, a farti fare un autografo, il prossimo sarai tu.
Ci lascia affogare, riempire la bocca di amarezza e vomito di noi, della sua implacabile lucidità quando ritrae miserie altrui che tuttavia riconosciamo nostre, ci sembra  di affogare, ma poi la scrittura – e l’Autore dunque - ci riprende per i capelli.

Così se da un lato dichiara che vorrebbe “istigare coi miei libri più gente che posso al suicidio, uno legge un mio libro e dalla vergogna per le sue azioni, la sua ipocrisia, la sua viltà, la sua doppiezza “ i lettore al suicidio, dall’altro   non fa che trattenerci ancora un po’, intrattenerci per mille e una pagina in più dentro questo suo diario a rebours , grazie proprio alla qualità che non dovremmo chiamare in causa, la pregevolezza della frase. Busi, come Flaubert e come Proust è uno scrittore di “frasi” e procede in un tessuto continuo e raffinato, il periodare diventa paesaggio. Scrive, non mollandoci mai, e amandoci alla  fine, non tanto perché davvero ne abbia bisogno narcisisticamente – Busi non è mai narciso, non vuole che si legga per piacere suo, e non vede solo sé stesso: Busi è uno scrittore dall’ego civile, vede tutto, ha un occhio clinico per le miserie e gli splendori umani, e italici in particolare,  ma anche un occhio politico non indifferente sulla realtà.
Busi è spinto se non da amore per noi,  da una reale pietas per l’umano. Ha l’occhio che avrebbe un suo quasi conterraneo Caravaggio, lo stesso furore e nettezza, la stessa vicinanza ai corpi, alla  luce sempre in chiaroscuro, sempre di taglio contrastato, la passione per il guazzabuglio del marcio, del feroce, del sangue. E al tempo stesso, pietà  per quel cartoccio di vanità e inconsistenze che siamo noi tutti, mucchio di carne stracciata e bolsa attitudine  pure per i più elementari istinti. Ce l’ha questo sentimento di attenzione umana anche per quelli verso cui prova risentimento vero, autobiografico. Le pagine in cui descrive la famiglia, quella Osteria delle Antiche Mura di proprietà dei suoi , quei parenti poveri, quel sottofondo di miserabili che era la provincia italiana forse anche prima di essere provincia – più grassa e ottusa col suo benessere – quel bresciano contadino e gozzo e violento di cui racconta, come a sedici anni quando un compaesano stava per ucciderlo perché “culatì”, dello zio che lo imbroglia e lui si lascia imbrogliare, per un misterioso abbandono al mistero di una vita incomprensibile, fino a i vizi di una società letteraria dove “ognuno sta solo sul cuore delle app” in un fandango di isteria comunicativa e di chiacchiera e arroganza del lettore che seppellisce la letteratura, l’opera, la memoria.


Tutto questo è la palus putredinis dove è cresciuta e continua a crescere la miracolosa virtù di Busi,  l suo talento, quello di una scrittura che si è voluta sempre come assoluto: “non darei un frammento di Saffo per tutta la Cappella Sistina”.
Una scrittura che ne fa grandezza perché voleva esserlo e lo modestamente lo nacque scrittore,  il Victor Hugo dei bassifondi di Montichiari, il Balzac di una commedia umana che poi ha avuto infinite repliche man mano che Busi cresceva acquisiva fama, intratteneva rapporti conosceva l’Italia che diventava ricca, volgare, pretenziosa, ignorante, la stessa Italia che lo celebra in Tv e non gli mette i bastoni tra le ruote per  trovare un editore. L’Italia delle tribù e del merito unico dell’essere andato in tv. E tuttavia ancora benevolo non solo verso la sua gente come verso la sua amica Miriam, l’altra mammella delle vacche amiche, ma più in generale con quello che è l’esistente, il mondo intorno a sé. Come quando in un passaggio, quasi con un eco del finale della Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, Busi non sente intorno a sé l’inferno e in qualche modo riconosce che tutto quel che ha intorno inferno non è : “Quello in cui vivo, a parte quello altrui che subisco, non  è un inferno, si chiama vita, e del paradiso non saprei che farmene”. Qui ci trattiene Busi, senza dichiararlo mai, anzi negandolo semmai nella sua banale definizione linguistica, inaccettabile: in quello in cui viviamo, con una dichiarazione di implicito amore per la vita in forma di invettiva risentita,  lunga 466 pagine.