mercoledì 1 febbraio 2017

DUE PAESI, NESSUN ANIMA

La mia vita a questo punto medio della vita, si tende più che tra emisferi e volte celesti, tra due paeselli, due villaggi e tuttavia senza appartenere né più all'uno, né mai all'altro.
Eccoli, Rocca di Mezzo, uguale a com'era nel 1950, il paese dove sono nati i miei e tutti quelli, pee secoli prima di me, ma NON-IO.
E Kathonzweni, inKenya che guardo come dal satellite del 2050, non io più..
Riesco però a immaginare una misericordia del mio destino. PEnso alle mie spoglie seppellite e dico: dove? in quel piccolo paese, in quel villaggio di paese o in quell’altro posto, lontano in Africa?.
Forse quest’ultimo, se m’ immagino dar cura a persone oggi bambine e seminare il mondo coniugato al futuro.
un sogno. Sarò assolto?
Anche se questo futuro appare più remoto del mio passato inventato, quello paesano, oggi che il mio come tanti altri paeselli, ha lostesso rpesente di altri sgretolati, che se ne crollano per terremoti o incuria, o l’abbandono. Abbandonologia, la scienza nostalgica che più somiglia alla poesia.
Se ne crollano perché le pietre sono esauste, private di trutto, di una manutenzione impossibile oggi che siamo tutti altrove e si è pure costruito in modo irresponsabile.
Io vado allora lontano, vado in Africa, fuggo forse, ma vado a salvare l'anima mia lontano dai crolli non voluti, i crolli di questo secolo che mi è crollato addosso, franando anche il seguente e da principio in un grattacielo che qu on sarà mai.
però mi rendo conto che mi pesa misurare un ' appartenenza di radici a questo mio ( o forse ancora nostro?) paesaggio italiano. Penso di potermi sentire liberato se taglio via dalle ossessioni anche la prima delle mie, che fu per tanto tempo quella: le radici.
Liberarsi allora dalle radici a corpo libero, con un'acrobazia che salta sopra il secolo dei secoli. Seculaseculorum.
Non c’è nessun ingresso, nessuna culla e in nessun dove, semmai soltanto deiezione.
E via dal secolo dei secoli io che vengo partorito a questo punto della storia, da me come Pionocchio, ma nell’inutilità più acida.
E come fossi uno sputo nel cadere a terra, dentro al fango, mi rifacessi adamo, o golem o pupazzo.
Aspiro ad essere liberato, liberato senza padroni dove tutto era sfinito, polvere, crudeltà , rovina malmostosa, dove tutto era crollato, lì vedo abitare il fantasma di una vita che cerca uscita, la cerca di nuovo in una vita, ri-uscita.
Ora non ho più case: me ne sto liberando, se posso, non le abito, le vendo. Né paesello, né Roma, ne tanto meno ne avrò in qualche remoto villaggetto.
Così non mi rimane che imbarcarmi nel mio corpo, dove sono. Come una barca è la mia casa aperta al mare, scrivo per riempire il vuoto in cui non appartengo più, non ho più rive.
Non un paesaggio, semmai solo un passaggio: hai posto? dove vai? mi aggiungi?
Oppure un passaggio da percorrere a piedi, un cammino, e tutti i cammini con cui ci si sposta per cercare il mondo. L'unico globalizzato è il pellegrino, che abita da solo il suo cammino-
E tuttavia perché due villaggi? sistole e diastole del mio sangue reso nomade dalla sconfitta della storia - no melgio: di UNA storia, la mia e di quelli come me, della mia schiatta.
Eravamo figli del popolo e per la prima volta usciti dall'anonimato di una plebe illetterata e millenaria, s'è olato con Gagarin, un breve sogno e un secolo più breve nacora, e adesso che ne siamo? ragazze e ragazze interrotti, quasi morti.
noi siamo ognuno un'incompiuta che vuole passare alla storia ma non siamo né Michelangelo néSchubert..del resto nessuna illusione siamo e saremo soli ovunque, in una megalopoli come in un paese. quello che vorrei diventare e non lo siamo.
Comunità repressa, inconfessata, meglio essere allora spiantato eppure rampicante, viaggiare come un seme, lasciare questa incognita, lasciare questo inconsistente e irresponsabile “crescere mai” dell'Occidente (se non morire) per abbraciare meglio un “crescere ovunque”.Ovunqesei, ovunque mi protegga.
.
del resto se c'è una cosa viaggia da sempre quelli sono i semi. Saremo anche noi una condizione umana “a tempo “ come scrive Franco Arminio dei paeselli, in questo lasso tra la fissità dei secoli, ormai persa e la scomparsa, nel futuro. Per ora una stagione e un'agonia, anomala e anch'essa di passaggio. E noi con loro
rocca di mezzo allora sparirà e sarà assorbito da un mega conglomerato laziale diffuso e antropologicamente già oggi non c'è più nessuna differenza tra cittadini e paesani ; lo stesso accadrà con Kathonzweni, sarà assorbito in un'immensa Nairobi che occuperà tutto il Kenya..
durerà invece questa condizione sospesa d'essere mondadi-paeselli, d'essere fragili in uno sciame fragile e volubile, finché saremo vivi finche ci sarà dato misurare lo spazio fin dove arrivail nsotro naso. E niente balle.
Del resto è normale tutto il tempo è stato breve e veloce come il passaggio dalla lentissima civiltà contadina di secoli a quella moderna che nel giro di 100 anni è diventata liquida, dissolta, post moderna.
Tutto è sciame postumo di una trasformazione che ci disorienta, ma più per la fine di un'appartenenza (dadove veniamo? da un opaca glassa, un indistinto luogo comune ) che non abbiamo più - più che per un destino che non sappiamo cosa, e non è tanto spaventoso, perché non lo vediamo.
Andiamo tutti verso una città invisibile. Anche se di poche case.
Il Milione, chi lo scriverà?
Sono disperso. ma quando è cominciata la perdanza?
quando è cominciato questo grido che somiglia a una frenata allì improvviso, a cui fa seguito la lenta e muta evacuazione...
da quando questo terremoto continuo, il bradisismo dello spopolamento in animus, prim'ancora che quello reale
E perché nel mondo del 21º secolo crolla la bellezza?
Abitiamo tutte le reti come le vie della seta come le vie dei canti come cammini che si possono fare anche da fermo .
Da fermo si abita una espropriazione molto più drammatica del nomadismo perché stai “in loco” e al tempo stesso non hai più un “ posto dove stare” “ un posto nel mondo” - non è un caso che quell'esperienza di quel sentire comune l'abbia capita uno scrittore-antenna (non siate snob) come Fabio Volo - il suo libro più venduto - anche lui nel percorso tra provincia e città poi spostato a new York.
E si continua ad evocarlo, quel sogno, nello spostamento che tutti viviamo - nonostante le barriere di Trump May o chi altri: erasmus, emigrazione a londra, migrazione dal mediterraneo, dal sudamerica, verso l’america, dalla Cina e verso l’australia, verso israele, verso altrove.
spostamento liquido, Primo tra tutti, quello d'acqua. Mediterraneo attraversato dai barconi. All’opposto c’è il mio stato liquido di lusso, morale non materiale.
nell'immenso, è il mio liquido seminale disperso che m'illumina di niente..
. Il terremoto mi ha reso più instabile - lo dico io, che di quel “ sentimento delle case” avevo fatto tutta una poetica. L’ho messa in vendita la mia casa vera, nei giorni del terremoto e della neve e dopo mesi in cui la Terra ha continuato a tremare..
nel suo boato sordo la mia unica patria dunque diventa questo scampolo di carne che mi resta da vivere prima che anche il mio stesso corpo crolli e con questa creatura fare passi, insieme : pochi o milioni pochi passi che compiono i tratti brevi dei miei soggiorni in Africa e in quelli lunghi in cui mi vedo e mi sento come in passato e come nel presente con le persone che conosco, da sempre, da tantissimo, perché so che saranno sempre in cammino con me.
Siiamo tutti creature inattuali come i vecchi contadini o come i bambini del Kenya. E tutti abitano il villaggio: il mio paesello che sta morendo il villaggio africano ancora tutto da nascere e tutti e due - i vecchi e questi bambini del futuro - abitano campagne, una di un passato che muore l'altro di un futuro che deve ancora nascere
io fermo o agitato raccolgono lo spegnersi che cerco di attizzare e un futuro non ancora nato con cui curo il mio “ non essere mai nato” e il mio sparire, il mio restare insieme e diventare sciame, energia di una trasformazione..
allora due paesi sono i miei, e non sono i miei, perché i paesi stanno in questa sospensione -
e poi sono belli inattuali unici come i fantasmi e come fantasmi continuano a vivere contemporaneamente nel passato e nel futuro, gli unici a poterlo fare.
E come me sono invisibili, gli unici a poterlo essere.

lunedì 30 gennaio 2017

MINETTI/BERNHARD/HERLITZKA

qualche giorno fa ho visto all’Argentina “Minetti” di Thomas Bernard. Con un bravissimo Roberto Herlitzka. Il testo è dedicato dallo scrittore austriaco ad un grande attore (Bernhard Minetti che di Tomas Bernhard fu collaboratore e interprete di suoi testi teatrali famosi)
ma non è questo quello che vorrei dire - non di questo atto d’accusa verso il teatro, per uno scrittore che cercava un Verità cruda - e per il quale l'attore non poteva che rappresentare il fallimento o la decadenza (è un crudele “ritratto dell’artista da vecchio” un ritratto/autoritratto impietoso di fragilità di fronte alla morte, tanto che la vita diventa per forza occasione mancata)
quello che vorrei dire è invece la verità delle cose, empiriche, che osservavo distrattamente, in quella serata all'Argentina..
, e che curiosamente dava risalto alla verità di Bernahrd. Era una prima, una prima romana, il teatro bello e decaduto era vuoto o quasi nei palchi. Poco pubblico, pochi attori, poche persone giovani...
(ma almeno gli attori delle scuole! .c'andassero, .hanno lo sconto!)
In platea, la metà erano invitatati e imbucati - conoscevo alcuni di persona, il resto di vista, molti degli ospiti, " personalità del mondo della cultura" come si sarebbe detto un tempo.... li conosco per forza di cose,per lavoro e altro, sono 30 anni che li vedo, sempre alle prime, o altre occasioni... sempre più o meno immobili nella trasformazione. incontro lo scrittore, che in questi 30 anni non è più un promettente autore, ma è un consolidato nome, incontro il consolidato nome di 30 anni fa, ormai decrepito e solo, incontro il Maestro - anche lui dopo il fulgore, oggi più appartato, piegato dal tempo e dai lutti un pochino, incontro il capo della Cultura di 30 anni fa, ormai in pensione, un tempo potente, oggi un tranquillo pensionato che ogni tanto scribacchia piccoli pezzi, incontro chi ha fatto belle carriere, chi no.
Ma siamo diventati tutti vecchi.
Tutti sicuramente più vecchi , alcuni vecchi tout court. Solo capelli bianchi, teste spelacchiate, barbe d’argento, arie dimesse, di tutti generale - è anche Roma, la Roma depressa di questi tempi -, tristi, nemmeno più ciarlieri. La grande vecchiezza.
Ciarlieri ancor meno ancor meno all’uscita, perché il testo è una botta. Certo Herlitzka ci consola: uno che - dice lui - pur avendo “preso tante bastonate” ormai è sbocciato - ma alla soglia degli 80 anni quest’anno a ottobre! .
Questo pubblico che è sciamato sul dondolio di artrosi generali, età media over 60, pronto ad entrare nell’età della “riduzione” sul biglietto d’ingresso proprio ai teatri, incarnava quel “mondo pieno di esistenze artistiche distrutte” che Bernhard fa descrivere a Minetti nell’hotel dove ha un apuntamento con il direttore del teatro di Flensburg ma dove forse dove è capitato, forse lui stesso perduto….
E l’attore sul palco, lo era pure - allo steso modo imperfetto e dunque perfetto, con le sue incertezze, il dover essere acclamato e applaudito ora, che sta per abbandonare la scena primaria e invece gli tocca cercare l’applauso e la consacrazione sul bordo estremo dell'abisso, con un testo freddo e implacabile, di uno che scriveva in una lettera ad un amico “ho sempre scritto contro il pubblico”.
E infatti l’applauso alla fine è buono ma non quell’ovazione che ti aspetti, perché tutti raggelati da questa attesa di una verità che si manifesta...
e che tuttavia - proprio grazie al teatro e al testo e all’attore - è una verità che raggiungiamo - anche grazie a questo attore bravissimo nato solo sei anni dopo Bernhard..
.... una verità che gli viene forse proprio dal mondo dei vecchi, che conosceva intimamente, avendo - senza padre - vissuto molto insieme all’ amato nonno materno, lo scrittore Johannes Freumbichler e avendo - dopo gli anni del rigore e dell’abbandono materno - iniziato una relazione a 20 anni con Hedwig Stavianicek la compagna che ne aveva 30 anni di più ma con cui starà insieme fino alla morte.
Ecco, una verità che intimamente sapeva già da subito e che consegnò al suo primo romanzo del 1963, non a caso intitolato “Gelo”. Fuori dal Teatro Argentina, in una limpida serata romana di Gennaio, tutto era Gelo.

domenica 29 gennaio 2017

PATERSON, TRA FILM E POEMA DI W.C. WILLIAMS

Ho visto il film “Paterson” di Jim Jarmush, ma prima vorrei dire due cose sull’opera poetica di William Carlos Williams a cui il film è direttamente ispirato – o meglio come ne fosse uno spin-off cinematografico.. ”Paterson”-poema è l’epopea di un luogo (la cittadina omonima del new jersey) che dovrebbe rappresentare l’America , lo fa partendo dai suoi angoli più remoti, cercando il guizzo di poesia, il lampo di gioia in un mondo apparentemente dimesso, anonimo.
Intuire la possibilità di creare il massimo, in quella capacità del minimo – o del “minimal” per introdurre un altro cantore di un “ground zero” americano della provincia,Raymond Carver delle poesie... con aree che sono talvolta depresse “waste land” – e dico gioia, perché W.C. Williams rimproverava la visione “negativa” di T.S. Eliot.
WC Williams è un santo povero, visse tutta la vita devoto alla poesia, alla medicina e a sua moglie, ma cercava (da bravo americano, figlio di un inglese e di una portoricana quindi tipico americano ) il suo sogno, la sua pepita d’oro o talvolta gioielli minimi e oscuri, come la cascata di Paterson, dentro quel mondo piatto…. come la superficie appena increspata delle sue acque sociali tranquille…
Questo grandioso poema epico di una realtà così minuscola può dare un senso ad un pese che ci sembra di conoscere ma di fatto non conosciamo a fondo (vedi le ultime lezioni) e davanti al quale sostiamo in osservazione a bocca sempre aperta, osservando il divario combaciante tra – da un alto - quel “great” delle sua ambizioni, realizzate, quel great che piace evocare a Trump, quella grandezza di chi ama sentirsi “gigante” e giganteggia anche nei suoi oggetti – e dall’ altro, un paese pieno di gente che difende il suo “orto “ o “backyard” (NIMB) la sua piccola comunità, il suo villaggio, un paese che non è altro immenso arcipelago di small villages…. (qui mi viene in mente tra i recenti, Gilead della Robinson o il minimo Missouri dell’altro Willliams, John Edward, dove abita Stoner, altro eroe minimo, altro “idiota” dostoevskijano devoto alla religione della letteratura…..ma ne potremmo aggiungere centinaia, tra cinema e letteratura, anche perché “Paterson” –Film forse è anche implicitamente un omaggio a quel passaggio di testimone tra letteratura e cinema – e ora serie-tv – nel raccontare l’America che, come scriveva Williams “non è una realtà che si scopre, l’America è una realtà che si parla”. O si filma, ora.
Questa epica non rutilante, ma sommersa – Kent Haruf sarebbe della partita - ricorda più il senso della poesia giapponese: la rana di Basho che si tuffa, unica minima variazione nella natura viva ma ”still” ferma e immobile nella sua perfezione…in realtà perfezione non c’è: e la poesia ha il compito di dare corpo a questa increspatura inquietante del minimale e del tranquillo….Scrive Willam C. Willams della scrittura poetica: “ nel verso, perché esso viva, qualcosa deve essere infuso che abbia il colore stesso dell’instabile, qualcosa nella natura di una impalpabile rivoluzione”.
Impalpabile rivoluzione.
Il film di Jarmush cerca di ridare questa idea, ma non ci riesce fino in fondo perché poi ci sono silenzi che solo le parole sanno dire-senza-dire.. Il silenzio al cinema, specie un cinema che guarda alla letteratura, a volte sempre più una mancanza.
un film che paga un prezzo per questo uso dell’immutabile e del silenzio, che non manca di poesia, di fascino, di calore, ma forse c’è una certa eccessiva lentezza, devo dire complice un doppiaggio italiano come al solito superficiale, inadatto e smorzante, – forse mezz'ora in meno gli avrebbe giovato molto. In ogni caso da vedere. L’alone di disagio dolce che lascia vale il biglietto.
PS
a margine, ma solo per poeti e lettori di poesia, mi chiedo se “Paterson”-poema non possa essere di nuovo un modello da riprendere. Un conglomerato, ma meno frazionato in una sperimentazione, un Filò, ma che parli l’Idioma della “pianura” non necessariamente il magma dell’ sub-Io..
Vittorio Sereni – che Williams fece pubblicare e che tradusse con Cristina Campo - scriveva “Paterson è una città, ma anche un uomo, il pensiero dell’uomo, il rapporto tra uomo e donna, così che attraverso le sillabe quella particolare città si sarebbe rivelata nella propria essenza, riprendendo a vivere in altra forma, nelle parole, per essere sé stessa e nel medesimo tempo simile a qualunque altra città del mondo”. Mi fa venire in mente un modo di rileggere la “biografia sommaria “ di Milo De Angelis e oggi la poesia di Stefano Raimondi di Gianluca D'Andrea (di cui scriverò avanti) costruire un poema-luogo, un poema-città-paese-memoria, un poema in cui l’io lirico c’è ma si annulla a beneficio degli altri, un poema del noi, l'io disperso in un noi e in un "nostos".

domenica 18 dicembre 2016

PAOLO COGNETTI "LE OTTO MONTAGNE" (EINAUDI). I ritorni difficili, come gli amori.

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti è il nuovo libro dell’autore di “Sofia veste sempre di nero”. Viene da chiedersi cosa abbia spinto l’autore a lasciare una narrativa così aderente alla scomposizione della coscienza e del punto di vista, attuata attraverso una raffinata costruzione di un romanzo di racconti che si misuravano anche con un continuo slittamento orizzontale dell’identità, quasi a seguire l’impalpabile presenza di Sofia. Qui
c'è uno scarto evidente.
Infatti Cognetti con “Le otto montagne” porta la storia verso una dimensione narrativa e stilistica ( partiamo da qui) che lascia la dimensione metropolitana e costruisce quello che verrebbe da definire un romanzo di nuovo organico, compatto e "di altri tempi"... Per certi aspetti può deludere - pur essendo certo un ottimo libro, con una lingua scolpita e nitida, che certamente farà il suo bel percorso solido di affermazione - ma per chi come me considerava "Sofia" come una delle prove migliori della narrativa italiana recente, capace di offrire un esempio di mutazione positiva della forma-romanzo, in Italiana... bè questo sembra un "ritorno all'ordine" ( si sarebbe detto un tempo, quando la letteratura era militante...)

IN effetti,in questi tempi di hate speech, appena il romanzo crescerà e si affermerà, magari nei premi, ci sarà pure chi dirà che rientra una leggibilità da "grande pubblico", da storia calibrata per giornalisti-e-pubblico, ma penso seriamente, perché l'autore è anche una persona seria, che non sia calcolato. Penso sia una scelta sentita come necessaria di un " ritorno", e assumere questa struttura era anche funzionale al racconto per tutta la prima parte si volge indietro - ed in effetti anche la migliore - poi verso la fine emerge anche l'impossibile del ritornare (chi leggerà poi capirà, fino all'ultima riga). io mi auguro che cammini a valle,ancora.
Se la storia di Sofia e dei due protagonisti maschili era dentro una New York dei destini incrociati, inseguendo i propri desideri, dilatata nei vari racconti-quadri narrativi , qui dunque Cognetti scrive un romanzo dai toni classici. E classico è il presupposto della storia: “una storia di due amici e di una montagna” dice in sintesi l’autore.. in realtà è anche soprattutto una storia di trasmissione dell’esperienza da padre a figlio, di un passaggio di testimone difficile se no impossibile.
Gianni, il padre di Pietro, che con la moglie dai monti del Veneto approda a Milano nei primi anni 70 (dove il figlio nasce) per lavorare come chimico nell’industria è un uomo del suo tempo: partecipa ad un’Italia che si evolve, in qualche modo progredisce ( se è vero che la madre di Pietro lavora in un consultorio cittadino, segno di un evoluzione positiva della condizione femminile, rispetto al paese retrogrado che si sono lasciati alle spalle). Ma è pure l’esponente di una generazione che farà da ponte tra l’antico la modernità, tra l’italia contadina da sempre e una industrializzazione e urbanizzazione accelerata. Per Gianni la patria è il paesaggio, sono le montagne, è quello il sigillo che Gianni e sua moglie si portano dentro. Gianni ha anche una ferita che lo lega ai monti eppure non ne può fare a meno, anzi forse da quella nasce una sua ostinazione a fuggire dalla città e dalle nevrosi che lo schiacciano. LA montagna del resto è per la coppia un mito familiare fondativo (in montagna si sono conosciuti, innamorati, e sposati) e questo li porta ad eleggere come heimat Grana, un piccolo paese delle Alpi Occidentali. Qui Pietro avrà la sua formazione parallela , ma di fatto l’unica perché nel romanzo è narrata solo quella, estiva, montana “(ed è la consapevolezza di PIetro e Bruno, implicita: "La nostra amicizia abitava su quella montagna e ciò che succedeva a valle non la doveva sfiorare") . Pietro cresce d’estate insieme a Bruno un coetaneo, pastore e montanaro e sarà attraverso il confronto con quel fratello acquisito, quel doppio stagionale che Pietro misurerà anche quanto distante un padre può essere e quanto vicino ma inafferrabile sia l’amicizia.

E’ anche una storia di duplice identità, tra un’appartenenza al mondo immutabile dei monti a cui    Gianni si sente legato e Pietro sempre meno, e la modernità del fluire e della trasformazione delle cose. Così se crescendo Pietro si allontanerà dai sentieri del padre, preferendo la via dell’arrampicata come forma di protesta, Sarà Bruno il montanaro inamovibile ed eterno a diventare pian piano anche quel figlio che ama la montagna come cosa sua e che Gianni in fondo desiderava. E il romanzo si regge tutto su questo metaforico e alluso incrocio e scambio di posto tra le figure di figure: Gianni e Pietro, come padre e figlio, che finiranno per scambiarsi di posto, come inevitabilmente succede nella vita, crescendo. ma anche Bruno al post di Pietro e Bruno come quel fratello o doppio che Pietro non avendo potuto avere non è tuttavia neppure potuto essere. C'è nel libro una precisa idea del tempo, un tempo.centro e "senza tempo" che è a la vita semplice e sospesa. Mungere, camminare, guardare gli spazi dalle vette: c'è però anche un tempo reversibile,che apre la sua possibilità nello scambio, in una sorta di rinascita, per questo credo di trovare giustificazione al cambio di rotta stilistico che altrimenti collocherebbe questo romanzo nella categoria “molto bello ma ..”. Qui la critica che faccio  è puramente  letteraria, noiosamente letteraria, il lettore sarà felicissimo di leggere questa storia - e mi rendo conto che la letteratura con quel vizio della "forma" come l'abbiamo conosciuta nel 900 possa addirittura entrare in contrasto con la necessità (anche economica e politica) che ci sia una comunità di lettori che capiscono i codi di una forma "riconoscibile".
Da questo punti di vista Cognetti è bravo, è uno dei nostri scrittori under 40 migliori e conosce la montagna: il risultato un bel romanzo, è un piacere certo leggerlo, nel suo dare materia ala storia, psicolocgia petrosa ai personaggi, a tutta la fisicità della vita montanara, c’è il legno, la neve, l’umido del bosco, la ruvidezza, anche il silenzio, che in montagna è un corpo, e il non detto che è un sapere delle mani. Però non dura.Il punto di fuga del libro - e dove forse con un "non detto" Cognetti dà il segnale che questo "classicismo montanaro narrativo" è solo una parentesi - il punto di fuga e d'uscita, anche dello scrittore dal suo libro è quando tutto questo mondo antico e solido frana e Cognetti va forse un po ' troppo precipitosamente verso l'evoluzione della fine: che inizia non solo per il lutto del padre, ma in coincidenza soprattutto la fine dell’attività agricola tentata da Bruno come montanaro-imprenditore.
E così torna il presente, la valle, il cammino e il tempo, la storia: Ancora una volta, come fu per il padre negli anni ’70 è la nuova iper-modernità, è l’economia, è il mondo a valle a schiacciare la montagna e Bruno. Il paesaggi odi Grana minacciato dalle trasformazioni a valore d'uso turistico, e il suo amico-fratello che ora è sui monti come un nume tutelare di quel mondo mitico in cui il padre ormai morto continua ad essere una presenza, ma che è in difficoltà economica.. Pietro nel frattempo s'era incamminato in altri sentieri, lontani, ma sempre la montagna c'era di mezzo, in Nepal, a svolgere lavoro umanitario, attività che nel suo essere semplice, è in realtà ben cosciente del presente storico, non è affatto lontana, anche nel suo essere apparentemente antica, in cui il sapere delle mani ridiventa un’attualissima forma di riscatto storico: “noi insegnavamo l’inglese e l’aritmetica, ma forse avremo dovuto mostrare a quei figli di emigranti come salvare un orto, costruire una stalla, allevare capre”. Il mondo non salvato di ragazzini in cui rivive in un baluginìo l’infanzia remota di Bruno e Pietro e quel che c’era di puro e integro in quella vita, tramesso da Gianni come un mito impossibile, di un ritorno impossibile, incarnato e ereditato ma malvolentieri da Bruno, che apparteneva naturaliter a quel mondo, ma nonostante ciò tutto era era destinato a franare, prima di tutto economicamente. Del resto quando è impossibile tornare in vetta, anzi quando tornare è soltanto un sogno, quando tornare è illudersi con l’invenzione d’avere un centro permanente del tuo mandala interiore, allora è ora di tornare - o meglio accettare l'idea di "restare" a valle,come forse sommessamente consigliava a Pietro la madre, bellissimo personaggio - restare nel cammino della Storia dei giorni che hanno date –e nel romanzo appaiono, il 2010 della crisi, il 2014 dell’inverno più nevoso – e dentro quegli anni camminare, che la bellezza delle montagne è anche quando ti indicano il cielo, sì, ma visto da un prato a bassa quota. Forse anche per Cognetti è stato necessario scriverlo, immaginiamo quanto. Per chi come me sta a valle e ha il "vizio della forma" in letteratura, è ora di distruggere il mandala compatto di “Le otto montagne”, seppellire “Bruno” e proseguire, almeno letterariamente, stilisticamente, on the road. Namaskas.

mercoledì 23 novembre 2016

BUON COMPLEANNO PAUL CELAN

PAUL CELAN nasceva il 23 novembre a Cernauti, una città detta la piccola Vienna oggi in Ucraina il 23 novembre, cioè oggi, del 1920. Poteva esserci nei nostri anni complicati, e  invece scelse d’andarsene e in un Aprile del 1970 a Parigi . Se penso a come poteva essere radiosa la Prigi ad Aprile e proprio in quegli anni – eppure lui vedeva la “luce coatta” di un tempo che non aveva mantenuto la sua promessa – e non poteva, non si ripara la ferita che ha vissuto, personale e storica, uno come Celan.


Oggi che sarebbe il suo possibile 96esimo compleanno - main fondo non è sempre con noi? nella nostra fuga? -  mi piace ricordarlo per una storia di coppia.





Quella con Ingeborg Bachman che c i ha lasciato anche uno splendido carteggio pubblicato da Nottetempo Tra i due un filo spinato sul quale hanno camminato sanguinando come due acrobati dell’impossibile.
Fino dove sono arrivati, quello è il confine dell’esperienza. Poi resta la parola da mandare in avanti, nel tempo a venire: “Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua” avrebbe scritto Paul nel 1958 – ma perché era ancora sul quel filo teso, d’acciaio e di paure – che era la loro relazione. Possibile. 

Raggiungibile è l’altro – o la parola per l’altro. Ma i due erano troppo scavati dal vuoto che la storia aveva preparato per loro, non solo a causa di quello che avevano vissuto, ma anche a causa di quel “dopo” che sarebbe stato un orrore bianco, una trasparenza minacciosa del tempo felice. Quello che Celan aveva visto nella Parigi luminosa del 1970 e che forse sempre aveva visto a Parigi, desiderata, mai trovata patria. Scrive Paul a Ingeborg inquella fine degli anni 50:

 ”Triste ritorno a Parigi: ricerca di una stanza e di essere umani – deludenti l’una e l’altra. Solitudini piene di chiacchiere, liquefatto paesaggio di neve, segreti personali bisbigliati alla gente. In breve, un gioco divertente con ciò che è oscuro, al servizio, si capisce, della letteratura. Talvolta la poesia sembra essere una maschera, che esiste soltanto perchè gli altri di tanto in tanto hanno bisogno di qualcosa  dietro cui nascondere le proprie santificate smorfie quotidiane.”

E Ingeborg risponde

"...La vanità delle aspirazioni – ma sono davvero tali? – intorno a noi, l’industria culturale, della quale adesso anch’io faccio parte, tutto questo disgustoso darsi da fare, i discorsi insolenti, la smania di piacere, l’oggi pieno di sè, – questo ogni giorno mi diventa più estraneo, io ci vivo in mezzo ed è ancora più impressionante vedere gli altri vorticare soddisfatti...”

E poi in un’altra lettera aggiunge..

“… Se oggi mi chiedi quali sono i miei desideri, i  miei veri desideri, mi è difficile trovare immediatamente una risposta, può anche darsi che sia arrivata alla convinzione che non spetta a noi desiderare, che a noi spetta soltanto un determinato lavoro, che qualunque cosa facciamo non serve a nulla..”


Il lavoro  della poesia, con le parole,  resta su quel filo spinato, come pezzi di pelle strappati dai piedi chi poi è caduto.
Atroci bandiere.

lunedì 14 novembre 2016

Perché Giuliana De Sio che interpreta Ruccello mi è piaciuta molto e Pippo Delbono che mette in scena sé stesso non mi è piaciuto per niente.

“Notturno di donna con ospiti” è un noir del grandissimo e troppo presto scomparso Annibale Ruccello, storia di una  donna semplice, casalinga, madre travolta dai suoi fantasmi. E’ un testo costruito nascondendo il nero dentro la tavolozza di colori vivaci e un po’ acidi della  commedia  mediterranea (forse prima e meglio di Almodovar)  in cui è la maternità col suo deflagrare erotico e dispotico tocca nel testo di Ruccello tutte le tonalità. Ma è soprattutto Giuliana  De Sio a restituirlo come verità attraverso una finzione suprema, la sua capacità attoriale, che va a sfidare e a riprodurre con estrema autenticità quello strato di finzione e ipocrisia, sentimentalismo e sceneggiata, artificio che costituiscono spesso la “verità” della  vita di certi strati popolari (napoletani sopra tutti, e in modo unico).
Insomma Ruccello e DE Sio scavano dentro le pieghe del barocco biologico napoletano, nelle uallere dell’anima materna, sia quella della Mutter fallica e repressiva che ha alle spalle sia quella nera e bambina che  è Adriana. De Sio fa teatro attraverso un testo e la sua arte scenica, dunque elementi di finzione, ma arriva ad un nucleo di autenticità
Delbono cerca di superare tutte le finzioni, punto a all’autentico vero, e mette in scena una liturgia di cartapesta. Casualmente è uno spettacolo che nasce a partire da un impulso legato alla madre dell’autore.Il 

"Il vangelo" -  che aspira all' apocrifo ma autentico - di Pippo Delbono  non prevede incertezze e cedimenti. E’ verità: ai margini c’è il bene, i marginali sono santi, anzi nuove divinità e  a loro il culto.  E’ un’orazione sacra e una celebrazione della marginalità come paradiso in terra di un Cristo che si fa uomo, donna, transex, omosessuale, migrante, malato psichico. non è un caso che si apre con 11 sedie, manca Giuda - nessuno tradisce, nessuno mette in discussione il Cristo-Del Bono. Lo spettacolo è un inno, una messa celebrata dalla parte degli ultimi. Per una singolare coincidenza, che diventa emblema di un’epoca e di una cultura non a caso sotto il segno di Pasolini, il cattolicesimo della madre e il desiderio di vicinanza agli ultimi ma in modo laico, fanno si che il figlio (al quale la madre che  fino in punto di morte ha tentato di redimerlo ) chiedeva “ma perché non fai uno spettacolo sul Vangelo?”
Ora che la madre è morta, questo spettacolo a lei dedicato dal figlio che non crede nel figlio di Dio, diventa in  realtà la cosa più vicina al suo desiderio – dellA l madre e potremmo  ANCHE GIOCARE CON Lacan e dire : che il figlio vuole essere (oggetto del) desiderio  della madre. Cmnq stare vicino agli ultimi o è patrimonio comune ai cattolici come ai marxisti compresi gli “eretici” ed è stato gioco facile per Pippo accontentare la mammina.
 Del Bono figlio lo è, eretico, ma figlio, e  vicino agli ultimi,  sinceramente, pur senza appartenere ai rituali da sepolcri imbiancati della religione tradizionale. Il problema è che anche Del Bono, richiamando con impeto di sincerità tutto un repertorio della rappresentazione gioiosa dell’marginalità finisce per creare un rigurgito di artificiosità, dunque l’effetto contrario. Creando uno spettacolo in cui supera il limite dell’ambivalenza per approdare decisamente nel territorio del “brutto”. Brutto spettacolo, noioso, irritante. Una liturgia che pur partendo da intenzioni estremamente sincere produce un effetto retorico  insopportabile-


Ill regista-demiurgo in platea, attraverso la sua voce  Urla e declama, si agita, danzicchia, un po’ goffamente – ma che vuoi che sia? È il trionfo del corpo-deforme – e sculetta – ma vuoi essere omofobico? – e reclama laicamente felicità al mondo, dìssipa energie d’ amore e quella verità dell’autentico  che sola rende liberi, a volte con le parole attribuite a Cristo nei vangeli ufficiali, altre con quelle di un campione della fede come Sant’Agostino, altre ancora con i versi dedicati agli ultimi e ai reietti dal Pasolini della “Profezia”: “Essi sempre umili/essi sempre deboli/essi sempre timidi/ essi sempre infimi/essi sempre sudditi…”. E scorrono via tutti i frammenti di  questa liturgia durata 50 anni: ecco Prevert, Pasolini, i cantanti dei vicoli napoletani versione Almodovar che cantano Alan Sorrenti, i Led Zeppelin, Pavese, Jesus Christ Superstar.. tutto quello che è stato il repertorio della libertà, dell’autenticità, vero e finisce per diventare una sorta di ritornello trash in cui vengono evocate a favore del pubblico abbonato di sinistra tutte le sue liturgie di rappresentazione della libertà compiaciuta che però finiscono per congelarle in una artificiosità trash. Del Bono nonostante decenni di teatro, festival e cinema, continua a mettere il suo corpo afflitto – dal dolore per la perdita della l madre a quello empatizzato dagli “ultimi” . non si nega il lavoro concreto umano che fa Delbono, con diseredati e «barboni» in attività culturali, alleviando le sofferenze di attori mentalmente disabili attraverso il beneficio terapeutico del teatro . Tutto questo però poi diventano 40 euro di biglietto per illudersi seduti in poltrona di poter assaporare l’autenticità.
L’effetto vorrebbe essere quello della verità di Pasolini, il risultato - come era già in Pasolini a dire il vero - è quello del cartonato artificiale di Fellini e come il grande regista romagnolo sapeva bene tutta quella falsità esibita veniva resa ambivalente se condita con le comparse con le “facce vere” che tuttavia erano il circo dei Freaks - lo stesso vale per Del Bono, che è assolutamente sincero nel voler portare sul palco la “verità della rappresentazione” di Bobo, e degli altri disabili o malati psichici che utilizza, ma alla l fine continua nel tramandare un’idea del “povero storpio” da compatire con pietà.  questo tentativo ormai pluridecennale è diventato inautentico, è diventato lo sfruttamento della biologia come sigillo di verità.


 Anche nel non voler accusare Del bono di furbesco sfruttamento del minorato, e riconosciamogli  intento sincero e gioioso: tuttavia  ma non c’è nulla di più artificiale nel provare a rappresentare la gioia  diretta. Ci è cascato anche Pasolini con Ninetto Davoli - e al limite strappando Totò alla sua maschera di pupazzo comico - ma cadendo in una sorta di pantomima artificiale - non tanto La terra vista dalla luna quanto alla “sequenza del fiore di carta” l’episodio di “Amore e rabbia” in cui il Riccetto vaga per la città con il fiore e la sua innocenza e non si accorge delle brutture del mondo. Ecco anche Del Bono sembra una sorta di Riccetto, elogia canta e si fa corpo vivo di un’innocenza  portando con sé la verità in corpore  vili di Bobo e degli altri (   Gianluca Ballarè, Nelson Lariccia, Pepe Robledo, tra i suooi totem di carne)
Nato come si diceva come un omaggio alla richiesta della madre, in realtà è anche un testo in ci si intuisce che si sia finalmente  “liberato della Madre” la madre fallica che lo reprimeva,  fino a  transitare oltre il suo  corpo:  Bobo, portato per mano, sempre più anziano e bambino assieme sembra ora finalmente ciò che è sempre stato: il figlio di Pippo, madre di un anziano Padre destrutturato e impotente.
Del Bono diventa anche capocomico di questa compagnia di Freaks della libertà, fino alla prova vivente, all’esposizione vera    del “migrante vero” –  con il piccolo artificio “plateale”  di collocarlo a bordo platea, come a dire “non è teatro” è fuori dal palco – che  racconta  sua storia vera di odissea verso l’italia  - ma lo fa “doppiato” e del migrante in scena esibisce solo il suo corpo amuleto, il suo corpo che taumaturgicamente garantisce verità all’operazione “Vangelo” come fosse  un  Lazzaro, il miracolo che si compie: la rappresentazione è IDENTICA alla verità. E’ la stesa cosa - e tuttavia è un reality, ancora una volta, non una realtà, ma la sua più falsata cartolina. Non è Cristo, ma sono le processioni turistiche nelle vie di Gerusalemme, sentite come “vere” – ma la Gerusalemme antica è in realtà una ricostruzione fatta nel 700.


 PS mi sia consentita una nota finale: questa celebrazioneautoassolvente di fronte alla migliore borghesia milanese, intrisa di poiticamente corretto, di cultura della libertà a zampa di elefante, con mega citazioni  anni 70, è fatta ormai da “ vecchi” all’indomani della morte del genitore - esperienza sicuramente comune  a tutti 50-60enni presenti in sala, coi loro capelli lunghi ma grigi. E così diventa tristemente patetico il tentativo di far reagire la platea con le braccia sollevate a ballare la ritmica funky di Jesus Christ Superstar perché quella platea è fatta di ex-giovani degli anni 70, ormai vecchi che sano che tutta questa messa che celebra la “libertà” messa in scena da Del Bono non è altro che un tentativo disperato, e ultimo di auspicare un “liberazione”dal pensiero della morte. Tutta questa vitalità anni 70 diventa un arrancato dondolìo di braccia anchilosate dall’artrosi di un pubblico “super-corretto” e consapevole che va in cerca di questa innologia giovanilista per  illudersi di rimuovere e liberarsi” si ma dalla morte imminente - non è un caso (si pedoni se finisco così) andando in bagno ala fine dell’interminabile, estenuante ora e quaranta minuti dello spettacolo senza interruzioni, anche il bagno dei maschi fosse affollato di teste grigie alle prese con una prostata incontenibile più  quanto lo fu la celebrata  gioia vissuta in gioventù.

domenica 13 novembre 2016

"CLEOPATRA VA IN PRIGIONE " di Claudia Durastanti - Romanzo, Minimumfax

“Cleopatra va in prigione” (Minimumfax) è il nuovo romanzo di Claudia Durastanti. Un romanzo diverso nello stile, da “A Chloe, per le ragioni sbagliate” il suo precedente bel romanzo da Marsilio. Appena letto il titolo mi sono chiesto perché usare per Chloe e Cleopatra lo stesso gruppo fonetico, lo stesso che per Claudia. Tralasciando gli amuleti della scrittura, in questo romanzo di 125 pagine più asciutto nella prosa, ma con eguale precisione emotiva, da Brooklyn Durastanti crea una nuova storia a Roma Est, ai bordi di periferia che si dispiegano lungo l’asse della via Tiburtina a Roma. E’ una storia di movimenti spezzati, di ore d’aria e di passi e respiri dentro una periferia che però è come fosse centro di tutto, di un doppio amore che Caterina vive anche se nessuno dei due è propriamente “l’ amore”. E del destino di tre vite, che sembrano imprigionate nello spazio troppo stretto dell’ineluttabile, invece secondo me sono nell’aperto, magari disorientate nel tempo fin troppo aperto dell’inconoscibile.


Tempi e spazi dalle parti di Caterina sono certo non proprio il massimo, la realtà in questo romanzo non ha sconti, circoscritti a giornate monotone, ad una periferia che fa da sfondo al libro – anche se più metafora che racconto sociale, in questo romanzo - la notte nel locale di spogliarelliste, o prima, di giorno nel videoclub aperto con il fidanzato e il suo amico Mario. La periferia è soprattutto quella di tre appezzamenti di borgata est, casualmente la stessa dei romanzi di Pasolini senza che il romanzo sia pasoliniano - ad eccetto di un desiderio di comprensione e immersione, che è lo stesso, sincero e Durastanti sa cogliere sfumature con profondità e attenzione anche nelle cose, nei dettagli una sorta di evoluzione antropologica e psicologica che si sta compiendo (deviazione autobiografica, quello scelto da Durastanti è il mio quartiere in cui sono nato e cresciuto e in cui vivo quando sono a Roma) La storia: Ogni giovedì Caterina va a trovare Aurelio nel carcere di Rebibbia. Sono entrambi figli di quella Roma popolare. Hanno provato a costruire un qualcosa insieme con le loro attività commerciali, Ma le cose sono andate storte, anche Caterina, ex ballerina di danza classica, si era ritrovata a lavorare come spogliarellista proprio nel locale di Aurelio. Una soffiata ha svelato traffici strani, ora Aurelio è in prigione, ed è convinto che lo abbiano incastrato. Caterina lo aspetta, ma in parallelo inizia anche una storia di amore-non amore, di quelli che non riesci a definire, ma solo ad agire, con il poliziotto che ha proprio arrestato Aurelio. Forse ha voglia di pace, alle sue spalle una storia non lieve, con un padre che era finito in prigione anche lui -con accuse di molestie su ragazze minorenni e Aurelio, un fidanzato che alla fine più che amore è una cosa che “esiste da sempre” dice Caterina al poliziotto. Come Roma, mi verrebbe da dire, alla non-romana Claudia.


L’architettura narrativa è quella di una storia di amore triangolare, tra jules e Jim e un classico popolare alla Clopatra appunto. Sarà propri la scelta d’amore a determinare il resto, e a definire quel senso di destino o ineluttabilità di un’appartenenza altrimenti negative: Caterina cerca la sua accettazione di quello spazio in cui vive e delimitandolo lo definisce come spazio identitario e ci trova la sua collocazione, per non subirlo come magma indistinto. Eterna Roma, non Roma. L’ombra dell’ineluttabilità qui c’è, è reale: già nella storia famigliare, la prigione, il disagio economico, la città difficile. Lo stesso amore difficile. E Roma: la Roma di Caterina/Cleopatra è una Roma . Caterina esplora la città, cammina perché non può più danzare e queste sue passeggiate da flaneur sono alla fine una ricerca di senso. Ropma fatta di una opposta bellezza a quella usata da Sorrentino . Fatta di una luce segreta umana sulle cose, molto diversa dal fumettismo coatto e dark di Jeeg Robot che racconta una Roma deforme, grottesca, ma alla fine finta.


…la notte Caterina si distende sul suo materasso ancora appoggiato a terra e anche se non fa dei sogni particolari sente un calore diffuso e ondulato nel corpo e sotto le palpebre intuisce lo sciabordio lilla e argentato delle stelle, astri che si dilatano e si sfilacciano per fondersi con la luce dei lampioni che punteggiano la strada in cui vive, una strada che si srotola in una matassa ingarbugliata di tangenziali e raccordi fino a uscire dalla città in cui è cresciuta, una fossa di mattoni e sabbie mobili fortificata dall’ abitudine e dal futuro che non arriva, dove il fiume prende fuoco al tramonto e il sole che si schianta e si rovescia sui palazzi trasforma Roma nel posto che non lascerà mai, una crepa in cui Caterina affonda e respira a occhi chiusi, tutta miseria e asfalto finché i suoi muscoli non la risospingono in alto e lei torna a un destino dolce ed elettrico, tonificato dagli esercizi e dall’ amore; la città dove si alza ogni mattina prima ancora che suoni la sveglia e in cui passeggia tra gli steli alti fino al ginocchio e gli arbusti del parco sotto l’andirivieni rumoroso degli uccelli, prima di arrivare alla fermata dell’autobus con la sua andatura sbilenca ed elegante, una sconosciuta, a cui i passanti dicono ancora che cammina come una ballerina”……



. Caterina flaneur cerca un’appartenenza . Caterina non vuole fuggire, non è disperata, sta semplicemente cercando di capire dove è il suo posto. La storia di Caterina e Aurelio è per certi aspetti una storia di perdenti , ma Durastanti lo calibra bene, dando spazio ad un ammutolimento, forse, o un silenzio di chi sa che questa è la vita, non ce n’è un’altra. L’uso sottile del discorso indiretto ci porta senza usare la prima persona dentro questo silenzio , la disperazione viene ammaestrata (non a caso una scena chiave i svolge intorno ad un circo) ma non ci sono colpe e rancori: Caterina ad esempio ha l’anca rovinata dalle botte di Aurelio, lei non potrà più ballare, ma in modo ineluttabile accetta un altro lavoro, e lo accetta anche con una forza gentile, e tollera ancora che ci sia Aurelio con lei, come se quell’ anca spezzata fosse per paradosso il segno di una unicità della loro storia. Ecco quando la letteratura indaga nelle pieghe dell’esistenza per smontare i luoghi comuni che in questo caso, molto correttamente, ci vedrebbero suggerire a Caterina di abbandonare un fidanzato violento. No qui non è più sociologia, come si diceva, forse potremmo dire psicologia dei luoghi? o poesia, o forse danza, spazio. La scrittura di Durastanti, la sua prosa veramente di grande forza nei libri scorsi, qui si fa meno tempestosa, Durastanti preferisce affidarsi ad una precisione fine e sussurrata, ad uno sguardo che vuole restare leggero, una danza di sguardo sulle cose e quei dettagli affida variazioni emotive, sentimenti , primo tra tutti un sì alla vita anche nelle difficoltà (la convivenza con la madre, i lavori umili, i rapporti con gli altri). Un amore. XXI secolo. Più che Cleopatra, divisa tra un Cesare e un Antonio, c’è una segreta Penelope, che non si lamenta del destino, lo accetta, lo sfida forse, senza svelarlo, non fugge, attende. E roma serve forse a creare un sub-sound di Storia – laddove la storia è anche una successione di rovine, dunque di catastrofi. Il vento spinge e si accumulano macerie come è noto. Anche ai piedi di Caterina - e forse a quelli di Aurelio, grazie a lei

“Aurelio è costretto a vivere in uno stato di premonizione costante: prima di Rebibbia questo senso per il pericolo non c’era, ma adesso dovremo conviverci. Ora abbiamo dei sensori particolari, siamo come i canarini domestici mandati in avanscoperta nelle miniere di carbone per rilevare le sacche di gas e morire prima di tutti. Adesso c’è qualcosa in Aurelio, qualcosa in me, che ci rende ipersensibili alle catastrofi, ma non è detto che, pur sapendone interpretare i segni, saremmo in grado di scappare in tempo o di avvisare gli altri per salvarli. Forse siamo sempre stati così, e crescendo la nostra sofferenza invece di renderci deformi ci ha resi privilegiati, facili da usare, ma anche speciali, destinati a essere consapevoli degli strati più infimi e nascosti del mondo e a renderli noti anche quando non possiamo fare niente per migliorarli...”


 Questo è anche il compito degli scrittori e Claudia Durastanti ci riesce.